FREQUENT FLYER

Myanmar

Appunti di viaggio nell’ex Birmania, dove si vive tra costrizioni, templi d’oro e aneliti di libertà.

Testo e foto di Maurizio Paoli

Di Birmania si parla poco. La Thailandia scintillante oscura il sole di questo bel paese.

Quando arrivi a Yangon d’Agosto, senti l’odore della muffa per strada. Gli uomini leggeri passeggiano con il longy, il gonnellino a tubo che li avvolge fino alla caviglia. Un traffico non invadente percorre le vie. Non c’è caos. Non come a Bangkok. E  non c’è musica intorno, solo suoni voci e rumori.

La pioggia incessante ti accompagna e ti disturba. I cani sono dappertutto.

Lo sfondo dorato della immensa Swhedagon Paya riscatta un poco l’impatto così mediocre con la capitale.

Il regime ha incupito l’aria di questo bel paese. Ha zittito le voci e annichilito gli animi.

Un Birmano di 86 anni, ex maggiore dell’Esercito Britannico, mi racconta di Ne Win, il generale dittatore, dei morti ammazzati del 1962 e del programma di governo: la strada birmana verso il socialismo.

In realtà sono pochissimi i benestanti birmani. Tutti militari o  simpatizzanti del regime. C’è molta corruzione. I responsabili dell’energia, per esempio, lasciano interi alberghi senza luce per lunghi minuti. È il segnale della tangente che deve essere pagata per riattivare il contatto.

Al Pine Wiew Hotel di Kalaw accade ben due volte in un giorno. Di sottecchi il fattorino ci confida che non se ne può proprio più di pagare.

Uno stipendio governativo si aggira attorno ai 10 dollari al mese e la pensione dell’amico maggiore è di circa 1.500 Kyat al mese (tremila lire, un euro e mezzo circa).

Oo Khine, la nostra guida, di dollari ne guadagna 50. Ma lei è più fortunata perché lavora per una compagnia privata.

Anche padre Paul della missione di Kalaw ha paura. Lo si legge negli occhi e nella voce trattenuta. Quando vede Khine accanto a noi pensa subito ad una spia. Le parole escono a mozzichi, quasi sottovoce.

Lasciamo tanti farmaci portati da casa. Alla fine in un momento di vociare e rumore, il religioso confida a qualcuno i suoi timori.

La posta qui non arriva. Gli emissari governativi  leggono tutto di tutti quelli che sono sospetti. Aprono anche le raccomandate. Tutti sono sotto controllo nel Myanmar. I soldi alle missioni si mandano attraverso i turisti. Unico veicolo sicuro.

Ci sono spie dappertutto, ribadisce padre Paul. Quando diventi scomodo ti allontanano e non torni  più.

Le scuole nelle missioni sono state requisite da Ne Win. Ora gli insegnanti sono governativi. Le suore e i teachers liberi sono fuori causa.

A Mandalay lasciamo una busta con dei soldi a padre Jhon. Per telefono tanti ringraziamenti. La  voce strinata fa capire che il “brevi manu” è l’ unico modo per far arrivare denaro alle missioni.

Aung San Suu Kyi è fortunata. Non è più in carcere, ora è agli arresti domiciliari a Yangon. Lei è premio Nobel per la pace.

I cartelloni della propaganda governativa campeggiano per le strade con i programmi per lo sviluppo del paese, ormai affondato, purtroppo nella miseria più nera.

Eppure, qualche lieve segnale di apertura si fa strada. Negli ultimi due anni in particolare. Le zone prima blindate e inaccessibili ai turisti ora aprono lentamente. Ma la gran parte del paese è ancora “off limits”.

A Kyiang Tong, la nostra guida Sai Htun ci racconta della sua devozione al governo. Lo stuzzico un poco a parlare ed escono questi orrori di fuori del tempo: La democrazia è un pericolo per la libertà. La troppa libertà può portare un paese alla anarchia e alla rovina. Controllare che non si  parli di democrazia è un dovere del governo. E’ la garanzia che il programma di sviluppo e rinnovamento del paese si attui.

Siamo nel triangolo d’oro. L’albergatore di Kyiang Tong è un ex militare. Lo si capisce dal tono della voce e dagli atteggiamenti da caserma. Scopro che nove anni fa era l’ufficiale responsabile della zona che si estende fino ai confini con Laos e Thailandia.

Ora è in pensione e mi confida che è abbastanza ricco per poter non lavorare più. Fa l’albergatore per riempire la giornata. Mi mostra delle cartine con itinerari nuovi per il trekking. Le valli tutt’ intorno sono costellate di villaggi Akka, Palaung e Ann.

A Kyiang Tong visitiamo un orfanotrofio. Una suora che parla l’italiano fa chiamare Charlie. Uno splendido pacioccone di due anni che parla tre lingue (dice lei), strappato al disagio della vita di un villaggio delle colline. Questa suora è dolcissima e forte. Sembra di entrare in una oasi. C’è pulizia. I bicchierini col dentifricio e gli spazzolini sono in ordine sopra uno scaffale. I lettini con le zanzariere raccolte. La chiesa.

Anche qui la scuola, costruita dai religiosi, è stata fagocitata dal governo. L’insegnante è stata rispedita in Italia senza visto di ritorno. Ora al suo posto c’è una Birmana indottrinata.

I bambini in coro ci cantano contenti una canzone.

Nei dintorni di Bagan, abbiamo visto scorrere lungo il fiume una chiatta che trasporta carri armati di fabbricazione cinese. Sono diretti al confine con la Thailandia, ci sono dei problemi nel triangolo d’oro. Problemi di oppio, ovviamente. Bangkok sta cercando di frenare la produzione di droga. La guida Sai, invece, serafica riferisce tutto il contrario e addirittura racconta che nessuno coltiva oppio da quelle parti se non per uso medicale, come nei villaggi Akka. Usato per rimarginare le ferite.

La compagnia aerea governativa ha falciato un numero incredibile di vite umane. Per fortuna ora due aziende private sostengono il traffico aereo, in particolare per i turisti. Ma le carrette della Myanmar Airlines continuano a volare con i sedili spagliati ed i portelloni che non tengono più.

Ci salgono solo i birmani.

Eppure è tutto così magico qui. Come sospeso nel tempo.

Il ritmo della vita si è fermato chissà quando e non ha più accelerato. Nelle città, la sera alle nove e mezzo sono tutti in casa. Come un tempo. Nelle campagne, al calar del sole inizia il riposo.

Si cena alle sei e trenta, l’ora del tramonto.

Nei villaggi delle colline di Kyiang Tong l’ora è scandita dal sole e la giornata dura quanto la luce.

Ci sono ancora le tribù, i villaggi animisti con i riti misteriosi e gli oggetti da “non toccare”. I sacrifici.

Gli Ann uccidono i neonati con difetti fisici e addirittura i gemelli. Per scacciare gli spiriti che hanno “storpiato” quei corpicini, gli sventurati vengono trucidati pubblicamente. Il villaggio si raduna e dopo altre delicatezze, gli Ann spengono sigari e sigarette sul volto e sul corpo ormai straziato del neonato, fino ad ucciderlo.

Si cammina a piedi nudi nei villaggio. Le donne indossano copricapo incredibili. I figli più grandicelli si prendono cura dei più piccini.

Si fa poco l’amore e quando capita è solo per procreare. È l’uomo che decide.

Non c’è plastica. I contenitori sono ancora di terracotta o di pelle. Ma c’è una scuola. Una piccola scuola sulla collina, dove affluiscono i bambini di quattro villaggi. L’insegnante è governativa, naturalmente.

Anche qui c’è stupore, meraviglia. Malgrado tutto.

Le pagode di Bagan al tramonto sono quanto di più suggestivo si possa ammirare. Centinaia di cupole ammiccano tra le piante. Il fiume largo e lento, i monti sullo sfondo. Alcuni pinnacoli d’oro massiccio luccicano al sole. Al tramonto la foresta rilascia l’umido della giornata. L’atmosfera si colora di rosso e le guglie scintillanti sembrano ora sonnecchiare nella foschia e prepararsi alla sera.

Mandalay ci accoglie con le strade inondate dall’acqua dei monsoni. I fiumi straripati e le fogne inesistenti straboccano tra le case.

Grappoli di abituri punteggiano i nuovi laghi della piena stagionale. I birmani abbandonano queste abitazioni e si ritirano per tre, quattro mesi sui bordi delle strade, accampati tra le masserizie e gli animali domestici in attesa della stagione secca. Quando il lago si prosciuga la terra ritorna fertile e gli sfollati del monsone tornano a casa.

Le case di legno sono sospese su pali come palafitte, nei campi di riso. Pochissimi in Birmania hanno case di mattone. Alla tv passa uno spot dove si reclamizza un generatore di corrente; una coppia di sposi novelli scende la scala della casa di legno e paglia e accende il nuovo generatore.

Al mercato dei bufali si contratta. Un veterinario sotto una tettoia si occupa di vaccini con un siringone tra le mani, terribilmente usato e scassato. Un laccio nel naso, una corda ed un paletto fissato nel terreno sono la doma per il bovino.

I bambini cavalcano bufali, lungo la strada per Kalaw.

In Birmania si mangia riso, verdura, pollo, manzo, pesce, uova. Ma il ristorante non offre grande varietà. I sapori sono sempre gli stessi.

Eppure…si continua con occhi curiosi, è tutto così diverso quaggiù.

I Birmani sono timidi, riservati, molto religiosi. L’immagine del Buddha ricorre fino alla noia nelle pagode. C’è la sensazione che la quantità dei simulacri non corrisponda alla loro qualità oppure alla preziosità della lavorazione. Sono tutti uguali tra loro questi Buddha. Centinaia per ogni pagoda. Migliaia di statue uguali tra loro. A volte terribilmente colorate di rosa.

Khine mi parla di reincarnazione, del Karma, di Samsara, del Nirvana. Dell’oroscopo birmano. Spietato per chi nasce nel giorno sbagliato.

Nei mercati si trova di tutto. Contrattare è dovere per il turista. Ci sono rubini, zaffiri, giade oltre alle solite cose. Un rubino lo si prende per forza, costa solo nove dollari. Immagino che il gemmologo mi spiegherà in futuro come riconoscerlo da un coccio.

Il lago Inle è spettacolare. Con le lance affusolate e i potenti motori diesel attraversiamo i giardini galleggianti. Queste zolle di terra, strappate dall’acqua con lavoro paziente, producono pomodori, verdure, fiori.

I monasteri sembrano galleggiare  sull’acqua. Le barche leggerissime dei contadini che remano coi piedi, come  gondolieri veneziani, sono il carro, l’aratro, il trattore di questa gente. Ci si muove solo in barca.

I cappelli a cono di foglie intrecciate dei contadini. I monaci che la mattina escono a piedi nudi per la carità o per un poco di cibo. È tutto così…impalpabile.

L’atmosfera è magica, apollinea, sospesa nel tempo, ma c’è ancora qualcosa che manca quaggiù. Qualcosa che non è legato alla miseria e neppure alla religione. Un’atmosfera che non si spiega, la si respira.

È come se Dioniso, Dio controverso dell’ebbrezza e dell’energia vitale, fosse in esilio. La musica, la trasgressione, la fantasia, il piacere non accorrono in soccorso. Non ci sono Dervisci danzanti.

La perfezione apparente di un regime è così squallida.

Attraverso l’ebbrezza dionisiaca della libertà, solo dentro l’imperfezione di una democrazia, con i suoi limiti e i mille passaggi, comparirà il seme (speriamo presto) dell’equilibrio. Della vittoria della civiltà sopra la barbarie.

Ecco sì, è questo che manca in Birmania. Non c’è  musica.

Lo scintillio delle pagode dorate e il misticismo di una religione serena non sono più sufficienti ad alleggerire l’animo di chi vive qui.

Manca il suono dolce della libertà.