DESTINATIONS

Costa Smeralda 50 anni fa

Oggi l’Emiro del Qatar contratta l’acquisto dei resort di Porto Cervo, a mezzo secolo dai sogni visionari dell’Aga Khan

Oggi l’Emiro del Qatar contratta l’acquisto dei resort di Porto Cervo, a mezzo secolo esatto dai sogni visionari dell’Aga Khan

[slideshow id=65]

Pubblichiamo qui di seguito un articolo uscito sulla Stampa del 1962, quando la Costa Smeralda nasceva. Proprio in questi giorni del cinquantesimo compleanno in forma smagliante, l’Emiro del Qatar sta contrattando l’acquisto degli hotel tra Porto Cervo e Porto Rotondo, ora della Smeralda Holding. L’Emiro, patron anche di Al Jazeera, diventerebbe così proprietario così alcuni dei resort più esclusivi del mondo. Eredita il sogno visionario dell’Aga Khan che ha trasformato una terra di pastori in un club per milionari, come si legge nell’articolo. A quel tempo, Porto Cervo e Porto Rotondo esistevano solo sulla carta.

Per un itinerario in Costa Smeralda oggi e gli indirizzi da prenotare, clicca qui.

Di Gigi Ghirotti (La Stampa 3 maggio 1962), foto di Gianmario Marras

CONFIDENZE DEL PRINCIPE-FINANZIERE SULLA MARINA DI OLBIA

L’Aga Khan salverà anche le capre sarde nel paradiso terrestre della Costa Smeralda.

Con uno strano rito, fra esotico e pagano, è stata posta la prima pietra del villaggio che trasformerà la più desolata marina dell’isola in un ritrovo internazionale di miliardari – Nulla dovrà essere alterato, di quella selvaggia bellezza e delle tradizioni secolari : pescatori autentici vivranno in mezzo ai ricchi ospiti di ogni paese, in casette di puro stile sardo – Ma una rivoluzione è già in atto, con l’afflusso dei primi fra i quarantacinque miliardi (di lire, ndr) che saranno spesi in quindici anni – Pastori, fino a ieri assistiti dalla carità pubblica, hanno in banca centinaia di milioni; in pochi giorni sono passati dall’asinello all’automobile.

Olbia, 2 maggio. Tre bastoncini riuniti in forma di triangolo, una moneta da venti lire, una manciata di sale da cucina: il tutto, murato sotto una tavoletta di piombo in cui sono ricamati strani simboli e incise la data e le firme dei soci fondatori. Con quattro colpi di cazzuola l’Aga Khan Karim, principe degli ismailiti, presidente del consorzio per la Costa Smeralda, ha posto ieri la pietra angolare del primo nucleo di edifici intorno a cui cresceranno i villaggi progettati.

C’erano pochissime persone accanto al principe: gli architetti (due francesi, Raymond Martin e Jacques Couelle, Busiri Vici di Roma, Vietti di Milano, Simon Mossa di Sassari), il sovrintendente prof. Carità, alcuni avvocati, ingegneri e finanzieri amici di famiglia. Gli inviti ufficiali alle autorità erano stati scrupolosamente evitati, per tema di suscitare imbarazzi di natura religiosa, davanti al curioso cerimoniale, che rimescolava antichi riti propiziatori, scongiuri laici e simboli di opposte fedi, (i tre legni, ci fu spiegato, rappresentavano i pilastri del tempio di Salomone, nella tavoletta si faceva richiamo alla festa del lavoro e alla ricorrenza di San Giacomo secondo il calendario greco-ortodosso). L’officiante, cioè l’Aga Khan, veste calzoni sportivi, maglia di flanella rossa e scarpe da tennis. A scanso di equivoci, egli stesso ha precisato che la cerimonia era del tutto intima, all’infuori di ogni significato religioso: «È soltanto un rito augurale». Augurale e intimo, ma sopra uno sfondo di grande interesse propagandistico: ronzavano intorno al giovane Karim, con la cazzuola in mano, le camere della televisione americana, le quali porteranno di lei dell’oceano le immagini della cerimonia, come primizie del nuovo eldorado che si dischiude al turismo mondiale.

L’arco della costa nordorientale sarda, che il consorzio dell’Aga Khan si propone di lanciare sul mercato delle vacanze, riunisce scorci di colori polinesiani, prati di mitezza arcaica, guglie e dirupi simili alle Dolomiti, scogliere che sembrano distaccate dal mare di Capri, fiordi tranquilli dove il vento accarezza una rena finissima, quasi lattea alla vista. Ma la fede e i diamanti della setta ismailita, quei diamanti che sono il controvalore dell’Aga Khan in peso corporeo, non sarebbero bastati a rendere confortevoli le rive della Sardegna. Intorno al principe c’è una corona di finanzieri, e sono loro i veri protagonisti dell’iniziativa, per la quale si prevedono quarantacinque miliardi di investimenti in un quindicennio. Gli amici internazionali dell’Aga Khan hanno nomi scialbi, anche se molto vivi e importanti nell élite dei portafogli. Il valore propagandistico della presenza ismailita è nel richiamo che esercita la faccia serena del giovane Karim, tra i viveurs del nostro tempo; l’isola dei pastori e dei nuraghi pare destinata a diventare una riviera da miliardari in vacanza È l’accostamento più strabiliante che si potesse immaginare: il massimo della potenza economica del nostro tempo in contrasto con un’economia che in molti casi si valeva persino dello scambio in natura. Non avvenivano da decenni, e forse da secoli, trapassi di proprietà in questi luoghi: d’improvviso, terra che era spregiata come una maledizione di Dio, diventa terra promessa- e contesa. Dove non c’era acqua per bere ci sarà acqua per la più alta concentrazione di servizi igienici del mondo mediterraneo.

Dove la vita era dura all’inverosimile, sbarcherà la dolce vita con telefoni colorati, cavalli da maneggio, yachts, aria condizionata e piscine private. « Voi sì, compare, che l’avete avuta la fortuna! », diceva ieri un vecchio pastore gallurese rivolgendosi all’amico d’uno stazzo vicino. «Eh, compare, chissà che non venga anche per voi il principe!». Il principe azzurro rischiara le speranze dell’isola, ma, come tutti i principi di favola, lascia qua e là ombre di incredulità e di scontentezza. C’è un pastore che si sente infelice e ha perduto i sonni: non si dà pace di averci «rimesso», così dice, settantacinque milioni: ha venduto per 125 milioni una terra che la settimana dopo gli sarebbe stata pagata duecento. Molti di quelli che hanno venduto continuano nelle antiche abitudini; pur con il conto in banca, continuano a riscuotere il sussidio dell’Eoa e a ritirare i pacchi-dono della Poa. Il denaro, questo sconosciuto, non ha suggerito finora idee per il futuro e tiene tutti sospesi in un clima di aspettazione, quasi la gente stentasse ancora a convincersi della nuova realtà. Molti hanno comprato l’automobile e ora le figlie ventenni scarrozzano i loro vecchi per le strade della Gallura, e per le vie di Olbia con avidità e irruenza. Prima della cerimonia di cui abbiamo parlato in principio, avevamo avvicinato l’Aga Khan per ascoltare i suoi propositi e le prime impressioni. «Intendiamo difendere il paesaggio nella sua integrità: pietre, sabbia, erbe, fiori e persino animali. Le capre, per esempio. Se noi togliessimo l’apparizione improvvisa della capra tra gli scogli della Costa Smeralda — ci dice il principe — certo renderemmo un cattivo servizio ai nostri consorziati». Faceva un certo effetto sentire la difesa della povera capretta di Gallura dalle labbra del principe Aga Khan. Il capo degli ismailiti ci parlava nella sede provvisoria del consorzio, ad Olbia, in uno scenario da studio di architettura: tavoli per disegnatori, righe e righelli, squadre, carboncini, carte, mappe e inchiostri di China. «La costa è ricchissima di scogli meravigliosi e noi non possiamo permettere — continuava l’Aga Khan — che questo patrimonio sia manomesso per scopi di lucro». Sta infatti capitando che pastori, sfrattati a suon di milioni dai loro casolari, ora si ritirano nell’interno e si costruiscono la nuova casa. Per la materia prima, si rivolgono a quelle scogliere di granito da dove hanno attinto per molti secoli, senza che nessuno obiettasse nulla. Le conseguenze sono allarmanti: ogni giorno cadono, segati e squadrati dagli operai, blocchi bellissimi che vengono avviati ai cantieri. «Noi chiederemo che la Sovrintendenza vincoli gli spazi più belli, e apriremo cave di pietra per chi si vuol costruire la casa». Anche l’uomo, insieme ai fiori, i paesi e le capre, entrerà nel piano di difesa ad oltranza. «La Regione ci sta già fornendo le liste di pescatori e di artigiani che verranno ad abitare nei villaggi che sono in progetto».

Il villeggiante — ci dice l’Aga Khan — non vivrà in una società chiusa e falsa, ma dovrà trovarsi in un ambiente sano, il più possibile vicino al reale». Nell’arco di costa investito dalle iniziative del consorzio ismailita le case sono, al giorno d’oggi, una cinquantina: diventeranno cinque o seimila, compresi gli alberghi. Quanto alle forme architettoniche, il principe ci dice che da sei mesi l’equipe dei suoi architetti sta raccogliendo materiale fotografico in tutta la Sardegna, per fissare gli elementi tipici dell’edilizia popolare autoctona. Già il boom edilizio ha popolato tutto il litorale di nomi radiosi e suadenti: Costa Smeralda, Costa del Corallo, Costa dèi Lestrigoni, Parabola del Sole, Spiaggia degli Asfodeli, Baia Sardinia, Lido del Sole. Ma dietro questa maschera leggiadra si svela una toponomastica rude da galeotti, da appestati, da poveri ed immaginosi pastori che vestivano di ricordi e di analogie il profilo delle coste in cui erano dannati a vivere: Punta Galera (è ora il romitaggio di un magnate del petrolio), Isola dei Poveri, Isole del Mortorio, Cantoniera della Femmina Uccisa, Punta Lazzaretto. Da Tramariglio a Castiadas, fino a ieri luogo di espiazione, sono stati sfrattati gli ergastolani delle colonie penali. Cambieranno nome, forse saranno ribattezzati con nomi di fiori e di pietre preziose ed ospiteranno miliardari. I forzati sono già altrove, a dissodare calve colline desolate.

La Stampa, 3 maggio 1962

Per un itinerario e gli indirizzi della Costa Smeralda oggi, clicca qui.