FREQUENT FLYER

Viaggi senza ritorni

Un libro che parla di partenze senza speranza. Storie di donne costrette a un destino che non hanno scelto. La recensione

Di Giulia Valsecchi

La testa delle vergini non ciondola: la più grande ha trentasette anni, la più piccola dodici e sono tutte in fila sulla stessa nave in partenza dal grande impero che ha nel nome l’origine del sole. Che sia per sradicamento, devozione innocente o sacrificio, la traversata è una scossa continua che accoglie l’avanzata di un corpo unico femminile. La voce di un coro di formiche operose e atterrite, vittime di false promesse da cui scorre una successione di versi e versioni di un passato da annullare per accettare mariti mai visti, naturalizzati americani e fotografati ancora giovani e aitanti.

Non c’è memoria del proprio nome, né di quello che si acquisirà, serve piuttosto confrontare gli scatti, scambiarsi precetti morali o di asservimento coniugale, predisporsi insieme a quel che presto sarà un mancato riconoscimento sulle coste di San Francisco. Perché nella terra dei giganti i mariti non incarnano il fresco approdo, il risveglio di civiltà tanto decantato in patria, ma dietro un kimono per ogni occasione le vergini scoprono che quei barlumi di rinascita erano malefiche illusioni.

Come eroine fraterne a Cassandra e al suo esilio, anche per ogni sposa giapponese le parole muoiono prima delle immagini. Quel che è stato imposto loro come monito di virtù da padri e madri, perde a confronto con i sogni condivisi in viaggio a contendersi profili di uomini assegnati per corrispondenza. Solo così alcune famiglie hanno potuto sfamarsi, vendendo una femmina che apprenderà l’arte della mimesi e dell’invisibilità. Alle spalle, la Seconda guerra incombe e una schiera di piccoli piedi piatti è pronta a lasciare le risaie per affondare nell’umido della terza classe dove cuccette luride si sostituiscono alle vite.

Assomiglia a un terremoto il viaggio per mare che lascia segni dentro lo stomaco e ben oltre l’arrivo, dopo tre settimane, sulle coste occidentali statunitensi. Qualcuna ha preso le acque prima, si è rifiutata di proseguire e rinunciare a un amore in carne e ossa conosciuto sul ponte della nave, tutte le altre subiscono amplessi che infrangono le già fioche speranze d’essere felici. Anche il lavoro è sofferto dietro a mariti giardinieri, schiavi nei campi e non impiegati di banca. Ma le mogli convivono in buon ordine dentro abitazioni malmesse ritrovandosi all’alba lavandaie, cameriere, prostitute, bottegaie o chine su terreni che mai avranno il diritto di possedere.

Altre bombe riserva la guerra poco prima di Pearl Harbour. Altre scosse confinano tutte le famiglie nemiche del governo in campi di prigionia imposti dall’Executive order rooseveltiano e ricordano la rassegnazione dei pochi sopravvissuti oggi al grande jishin, quando i morti del sisma custodiscono un onore impossibile ai vivi che non saranno più gli stessi. Una sposa, nuova Medea, ha soffocato il figlio con la cenere prima di partire per l’esilio al di là delle montagne, altre hanno appreso dalle americane l’arte della lusinga e, da amanti clandestine dei loro uomini, sono state punite con gravidanze indesiderate.

Le abitazioni e province deserte, impregnate del fumo di lettere e ricordi bruciati per non lasciare traccia, trattengono allora un’ultima speranza di salvezza e il sogno dei vecchi abitanti di incontrarsi ancora. Il rimpianto dei giapponesi disciplinati contro il disordine e la sporcizia dei nuovi immigrati. E tra chi se ne è andato piangendo o cantando restano campi incolti e ristoranti chiusi: un’altra nave è salpata accanto al destino incrociato di Ellis Island e alla risposta muta di Ada, la pianista di Campion che sposa uno sconosciuto e baratta il proprio corpo con i tasti del piano. Ma alle picture brides è negato il ritorno, proprio come ai nomi dei fiori giapponesi che i loro figli hanno già dimenticato.

Julie Otsuka Veniamo tutte per mare (Bollati Boringhieri editore, 2012, 13 €).

Nella foto, l’autrice Julie Otsuka.