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Viaggio cosmico

Giulia Valsecchi racconta la mostra sull’arte povera che ha visitato alla Triennale di Milano, dove resta fino al 29 gennaio

Giulia Valsecchi ha visto per noi la mostra sull’arte povera alla Triennale di Milano, dove resta fino al 29 gennaio

Di Giulia Valsecchi

Le forme dell’esistenza e il suo processo naturale scansato da formalità fanno da orme primarie. Ci si addentra negli estesi metri quadri d’esposizione e quasi si avverte il disagio di chiamarla così. Il percorso sull’Arte Povera, che dalla Triennale di Milano al Museo d’Arte Contemporanea del Castello di Rivoli torinese rivive le tappe di un movimento nato nel 1967, è un po’ la caverna su cui si proiettano le ombre del visitatore.

«Il processo linguistico consiste nel togliere, nell’eliminare, nel ridurre ai minimi termini, nell’impoverire i segni per ridurli ai loro archetipi.[…] La realtà plastica è vista nel suo accadere e nel suo essere. Si riduce ai suoi accessori e scopre i suoi artifici» scrive a proposito Germano Celant, che per primo ha scelto un nome in cui trovano rifugio Alighiero Boetti, Mario Merz, Marisa Merz, Jannis Kounellis, Luciano Fabro, Pier Paolo Calzolari, Giulio Paolini, Emilio Prini, Giovanni Anselmo, Giuseppe Penone, Gilberto Zorio e Michelangelo Pistoletto.

Tra le mura di architetture e design eccellenti della Triennale, i pannelli teorici dell’Arte Povera svelano un tracciato a metà tra il piano terra, dedicato in buona parte alle produzioni dei primi anni Settanta, e le grandezze del primo piano, che accoglie opere più imponenti e datate fino ad oggi. E non è mai distorta la percezione d’essere nel mezzo di una frattura o viceversa di quell’armonia tentata tra cielo e terra, dove il fare arte rende conto delle crepe come delle prove più alte e inattese delle nature.

Quando Kounellis ammette l’impossibilità di ritrovare integra l’immagine, per gli esiti delle guerre e il loro calco, le sue pietre accatastate, gli scomparti di piombo in cui rinserra lana, cera, fogli di giornale e lamine fendono l’occhio come in un’immersione di vita. O situazioni di energia, secondo la versione di Anselmo, che in Grigi che si alleggeriscono verso oltremare (1982-86) fa pendere macigni da una parete scomoda e feroce.

Chi visita le materie, le svolge e sente, si aggrega a una flotta di artisti in tutto simili a quei teatranti che nello stesso 1967 firmano il manifesto di Ivrea per una nuova avanguardia teatrale: «per insinuare dubbi, per rompere delle prospettive, per togliere delle maschere, per mettere in moto qualche pensiero». Non è certo un caso se lo stesso Kounellis oggi dichiari d’essere uomo di teatro, giudicato da un pubblico e perennemente itinerante.

Tutto cambia di nuovo quando, dai ricami su tessuto di Boetti attorno a I mille fiumi più lunghi del mondo (1975), il visitatore indossa le scarpette di Marisa Merz arrivata solo in seguito a raccontare il femminile con cartoni e decorazioni sovrapposte. Da lì è naturale chiedere altro, finché l’altro Merz non trafigge un ombrello con un neon interrompendo il passo disinvolto delle forme organiche, rendendole poi di fatto universali con la costruzione di un igloo, che è insieme mondo e piccola casa, domanda riformulata su ciò che gira davvero attorno all’uomo.

Ecco che i teatranti, convinti riformatori del pubblico di nuova generazione, prendono posto idealmente tra le stelle simboliche e incandescenti di Zorio, le colonne plastiche e candide di Paolini, per frantumarsi nel 1968 nell’Orchestra di stracci di Pistoletto: banchetti di cenci a reggere tavole di vetro con all’interno bollitori di materie mai spente. Acqua e fuoco, elettricità e legno, fino al sale combusto e alle strutture ghiaccianti di Calzolari sventrano un orizzonte possibile di poesia allucinata, che in Rapsodie inepte (1974) va a incidere le lettere dell’infinito attraverso onde di neon intrecciate a larghe foglie di tabacco.

Sembra quasi un’ossessione l’organicità, il principio dell’incontro e fusione chimico-fisica che fa imprimere a Pistoletto le istantanee di una serigrafia su specchio: un disegno pulsante nel corpo dello spettatore ignaro di riflessi che si moltiplicano. E se le lamine diventano paesaggio, così le afferra la «lettura  tattile» di Penone, artista di più recente adesione a partire da quella mano di ferro che prova ad arrestare l’allungamento di un albero. Il suo studio attivo non può non impressionare, quell’insistenza sui tempi e il respiro del legno che nel 1993 diventa Albero porta, per il testardo conficcarsi dello scalpello nel tronco.

Le domande crescono quanto il bisogno di leggere risposte nell’esaltazione della velocità del pensiero e delle energie, del costruire inteso come viaggio. Qualsiasi regolarità sfugge mentre si resta appesi alle liane di Pascali o incagliati nelle nicchie rese portali, vuotati e colmati ogni volta di massi da Kounellis dal 1969 al 2011. Il rame colora di azzurri gli acidi in cui è immerso e la fiamma ossidrica forgia metalli che non inneggiano più a maestri di stile, ma vibrano insieme nel cosmo.

Sarà allora sempre e solo il ritmo di un contrasto fotografico, materico, teatrale e poetico a far dire a Pistoletto: «Di fronte alla gioia c’è il risentimento, di fronte alla libertà c’è una prigione, di fronte alla verità c’è il falso, di fronte al futuro c’è il passato. Di fronte allo specchio, il passato si ribalta nel futuro, la strada chiusa in quella aperta, la falsa storia nella storia vera, il colore rugginoso dell’angoscia nell’azzurro della gioia».

Arte Povera 1967 – 2011
a cura di Germano Celant
Fino al 29 gennaio 2012
Ingresso 8/6,50/5,50 €
Orari:
martedì-domenica 10.30-20.30
giovedì e venerdì 10.30-23.00

Triennale di Milano
via Alemagna 6
www.triennale.org