Italy

Sardegna senza mare

«Di solito, il livello della vita si ritiene sia al livello del mare. Ma qui è alto come l’altopiano». Parola di D. H. Lawrence

[slideshow id=40]

Testo di D. H. Lawrence* Fotografie di Gianmario Marras

Questa domenica mattina, vedendo la brina tra i contorti, ancora selvaggi arbusti della Sardegna, il mio cuore fremette di nuovo. Non era tutto conosciuto, non tutto risolto. La vita non era solo un processo di riscoperta a ritroso. È anche quello e lo è intensamente. L’Italia mi ha restituito un non so che di me stesso, ma molto, molto. Ha trovato per me tante cose che erano perdute, come un Osiride restituita. Ma questa mattina sulla corriera, capisco che, a parte la grande riscoperta a ritroso, che si deve fare per poter essere affatto completi, c’è un movimento in avanti.

Ci sono terre sconosciute, non esaurite, dove il sale non ha perduto il suo sapore. Ma bisogna essere perfezionati nel grande passato… Di solito, il livello della vita si ritiene sia al livello del mare. Ma qui, nel cuore della Sardegna, il livello della vita è alto come l’altopiano illuminato d’oro, e il livello del mare è da qualche parte, lontano, giù, nel buio, non importa dove. Il livello della vita, invece, è in  alto, in alto e addolcito dal sole e tra le rocce. Ci fermammo là e guardammo giù, allo sbuffo di vapore, in fondo alla valle boscosa da dove eravamo venuti ieri. C’era una vecchia casa bassa su questa piazza appollaiata in alto come un’aquila. Mi piacerebbe viverci. Il paese vero e proprio, o meglio, i due paesi, simili a un orecchino e al suo ciondolo, erano più in là, sporgenti, quasi in cima al lungo, lungo e ripido pendio boscoso, che non finiva mai finché, improvvisamente, si inabissava, laggiù in fondo, nell’ombra.  E ieri, su questo stesso pendio, era venuto il vecchio contadino con le sue due figlie brillanti e il cavallino da soma. E da qualche parte, in quei precipitosi paesini madreperlacei, là davanti, dovevano esserci il mio girovago e sua «moglie».

Mi piacerebbe poter vedere la loro bancarella e bere acquavite insieme a loro.

«Che bella processione!», dice l’a.r. all’autista.

«Eh, si, questo di Tonara è uno dei più bei costumi dalla Sardegna», rispose lui, pensieroso.

La corriera riparte…Veloce e disinvolta, scivola giù dalla collina fino alla valle. Selvagge, strette valli, con alberi e querce da sughero dal tronco marrone, solo, un minuscolo terrazzamento sul fianco della collina, una piccola, solitaria figura tale e quale una gazza in lontananza. Questa gente ama starsene solitaria, si vede così spesso una singola creatura isolata in mezzo a una regione selvaggia. Tutto ciò è diverso dalla Sicilia e dall’Italia, dove la gente non riesce proprio a stare sola. Devono stare a due o a tre. Ma è domenica mattina, e quell’uomo che lavora è un’eccezione. Lungo la strada superiamo parecchi pedoni, uomini con le loro pelli di pecora nere, ragazzi con i resti delle divise da soldati. Arrancano da un paese all’altro, attraverso le valli selvagge. E c’è come una sensazione di libertà, da domenica mattina, di voglia di vagabondare, come in una campagna inglese. Soltanto quell’unico, vecchio contadino lavora solitario, e un pastore che guarda le sue bianche capre pelose…

E continuiamo a correre nel mattino, e, finalmente, vediamo un grosso paese in pietra, alto su una vetta, più oltre sull’alto altipiano. Ma ha un aspetto magico, come hanno tutte queste minuscole cittadelle arroccate, viste da lontano. Mi fanno venire in mente le mie visioni infantili di Gerusalemme, alta contro il cielo, come scintillante, e fatta di cubi aguzzi… Eravamo, ora, nel punto più alto del nostro viaggio. Gli uomini che vedemmo sulla strada indossavano tutti la pelle di pecora e alcuni camminavano addirittura coi volti avvolti da scialli. Guardando indietro, vedemmo ancora una volta la neve del Gennargentu nella fenditura della valle, accanto ad un ruscello dove la strada da Fonni si congiungeva alla nostra. C’era da aspettare un ragazzo con una bicicletta. Mi piacerebbe andare a Fonni. Dicono che sia il paese più alto della Sardegna.

*Tratto dal racconto di viaggio Mare e Sardegna di D.H. Lawrence  pubblicato per la prima volta nel 1921 a New York e in Italia da Newton Compton e da Ilisso.

Per tutte le informazioni su questo viaggio clicca qui.

ENGLISH
This Sunday morning, seeing the frost among the tangled, still savage bushes of Sardinia, my soul thrilled again. This was not all known. This was not all worked out. Life was not only a process of rediscovering backwards. It is that, also: and it is that intensely. Italy has given me back I know not what of myself, but a very, very great deal. She has found for me so much that was lost: like a restored Osiris.

But this morning in the omnibus I realize that, apart from the great rediscovery backwards, which one must make before one can be whole at all, there is a move forwards. There are unknown, unworked lands where the salt has not lost its savour. But one must have perfected oneself in the great past first.

…Usually, the lifelevel is reckoned as sea-level. But here, in the heart of Sardinia, the life-level is high as the golden-lit plateau, and the sea-level is somewhere far away, below, in the gloom, it does not signify. The life-level is high up, high and sun-sweetened and among rocks. We stood and looked below, at the puff of steam, far down the wooded valley where we had come yesterday. There was an old, low house on this eagleperching piazza. I would like to live there.

The real village or rather two villages, like an ear-ring and its pendant lay still beyond, in front, ledging near the summit of the long, long, steep wooded slope, that never ended till it ran flush to the depths away below there in shadow. And yesterday, up this slope the old peasant had come with his two brilliant daughters and the packpony. And somewhere in those ledging, pearly villages in front must be my girovago and his “wife”. I wish I could see their stall and drink aqua vitae with them.

“How beautiful the procession!” says the q-b to the driver. “Ah yes one of the most beautiful costumes of Sardinia, this of Tonara,” he replied wistfully.

The bus sets off again…Quickly and easily the bus slips down the hill into the valley. Wild, narrow valleys, with trees, and brown-legged cork trees. Across the other side a black and white peasant is working alone on a tiny terrace of the hill-side, a small, solitary figure, for all the world like a magpie in the distance. These people like being alone solitary one sees a single creature so often isolated among the wilds. This is different from Sicily and Italy, where the people simply cannot be alone. They must be in twos and threes. But it is Sunday morning, and the worker is exceptional.

Along the road we pass various pedestrians, men in their black sheepskins, boys in their soldiers’ remains. They are trudging from one village to another, across the wild valleys. And there is a sense of Sunday morning freedom, of roving, as in an English countryside. Only the one old peasant works alone: and a goatherd watching his long-haired, white goats. … On we rush, through the morning and at length see a large village, high on the summit beyond, stony on the high upland. But it has a magical look, as these tiny summit-cities have from the distance. They recall to me always my childish visions of Jerusalem, high against the air, and seeming to sparkle, and built in sharp cubes…

We were now at the highest point of the journey. The men we saw on the road were in their sheepskins, and some were even walking with their faces shawlmuffled. Glancing back, we saw up the valley clefts the snow of Gennargentu once more, a white mantle on broad shoulders, the very core of Sardinia. The bus slid to a standstill in a high valley, beside a stream where the road from Fonni joined ours. There was waiting a youth with a bicycle. I would like to go to Fonni. They say it is the highest village in Sardinia.