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Welcome to Istanbul

Giulia Valsecchi gira la città turca guidata da Orhan Pamuk. Ne attraversa il corpo, ne tocca la pelle, ne respira il fiato

Ci sono molti modi di visitare un luogo. Giulia Valsecchi lo fa letterariamente, guidata da Orhan Pamuk. E attraversa il corpo della città turca, ne tocca la pelle, ne respira il fiato


Di Giulia Valsecchi*

Le tempeste di Istanbul sono forse i suoi venti, mi dico. Quelli che trascinano il mio passo di prima mattina fino al Galata Köprüsü, il ponte, evitando sempre di inciampare nelle voragini che mi ricordano i rumori della notte. Lungo la strettoia su cui si affaccia la mia camera, ci sono state urla e risate gonfie. Botti metalliche gettate per liberare il passaggio all’alba degli anziani che trasportano sacchi di pane richiusi malamente e segnalano l’arrivo con un verso ripetuto. La torre osserva il mio secondo giorno  e le prime foto dal ponte: la luce si increspa con l’acqua e i richiami gutturali dei battelli da Eminönü. Avverto in fretta che a Istanbul la mescolanza dei sensi è un ritorno mai monotono, quasi un segno sulla pelle.

Attraverso un sottopassaggio di banchi, strilli e chincaglierie senza natura, noto i locali che cucinano il pescato e i tavoli in serie sulla ringhiera più bassa e corrosa dal salmastro. Dalla confusione risalgo alla piazza della Yenii Camii, la Moschea Nuova. Lo spazio è sgombro e imponente, due altoparlanti sfogano propagande e manifesti su van, mentre un uomo getta sementi ai piccioni e carne che i gabbiani si contendono famelici. Il più rapido prende il volo esibendo la fetta pencolante dal becco e fuggendo dal resto della ciurma incattivita.

La scalinata della Yenii fa rallentare il passo, ogni ovvietà è un’esclamazione di stupore. Il grigiore che pervade le pareti esterne è un inganno rapido a svelarsi nelle due entrate e nel lavacro al centro della corte che precede l’ingresso a piedi scalzi e volto coperto per le visitatrici. Incominciata da una Valide Sultan, madre di Maometto III e forse spia veneziana, ha il pregio della monumentalità che non ignora la devozione. Le maioliche, le prime cui mi avvicino, si susseguono con eleganza attorno al minbar, il pulpito, e al mihrab, la nicchia di preghiera. La Yenii Camii è un tetto reticente, resta lì a memoria di quello che un tempo era un quartiere degradato abitato da ebrei, con una sinagoga accanto a una moschea.

I rimescolamenti della città vecchia oscillano con le lanterne di vetro disposte a raggera e pendenti dal soffitto. La luce esterna incita ad uscire, non sfuggo al Bazar egiziano o delle Spezie. Misir Carsisi è il vero nome degli ornati e arcate interne, gli agenti ai lati fissano i visitatori senza eccedere nel disprezzo verso una donna che fuma passando accanto alle abluzioni della moschea.

Riconosco le dune di spezie e gli infusi d’erbe. Frutta secca e fichi con noci, semi di zucca, pistacchi, servizi da tè e nuovi coltelli per rotoli di croccante morbido e bianco impiccato a un uncino. Vorrei scorrere le polveri con le dita, il mio gusto scende a patti con le ristrettezze economiche e l’intraprendenza cortese di un giovane del banco Develi. Scelgo fiori di camomilla e tè al limone, rosa e mela oltre le presunzioni di varietà scadenti e prezzi cari. I lokum, le gelatine aromatizzate, si accalcano senza nulla  invidiare alle pasticcerie, mentre la confusione delle braccia alzate non impedisce di raggiungere la fine di una pianta a L e imboccare l’esterno di botteghe di caffè, fiori e animali domestici.

Mi avvicino a Rustem Pasa Camii, moschea tra le più esemplari di Istanbul perché eretta in onore del gran visir di Solimano il Magnifico, da cui prende il nome. Il progetto è di Sinan, architetto di corte che le ha destinato decorazioni a maioliche lungo la parete occidentale aperta su un portico. Lo si raggiunge da una scala buia che passerebbe inosservata, se non ci fosse chi da un caffè mi suggerisce come accedervi. Le maioliche sono all’interno, è già un’abitudine coprirmi il capo e passeggiare scalza, nonostante mi sia difficile sopportare a lungo l’umidità e il freddo. I tappeti sono stati appena ripuliti, alle spalle, un rosario è appoggiato su un banco.

Se davvero questa è la fase più sublime delle ceramiche di Iznik, la mia attenzione non cessa di fissare l’unico fedele inginocchiato nella nicchia rivolta alla Mecca. Il rumore dei miei scatti potrebbe turbarne la devozione, mi fermo e assorbo il suo silenzio. Le decorazioni sono geometrie di tulipani, fiore simbolo del sultanato, e i garofani accanto talmente impressi da stordire.

Esco dalla tenda esterna tirata per l’ora di preghiera dal sorvegliante e approdo al caos di commerci da cui poco prima mi è sembrato naturale provenire. Salgo altre vie di venditori d’articoli per la casa, c’è lo scarto tra donne robuste vestite di nero e uomini fissi all’esterno delle vetrine a scrutare i passanti. Per raggiungere la Süleymaniye Camii, devo svoltare a destra dopo l’indicazione per il Gran Bazar. Attendo di scoprire l’altra prova di Mimar Sinan per l’onore del sultano magnifico e, sulla piazza antistante, piccoli giustizieri armati di rami e tute passano decisi. Il sole è quasi accecante, di certo la fronte ne risentirà a breve.

Tra i quattro minareti che costeggiano la cupola ci sono le tombe di Solimano e della moglie Roxelana, un gatto fulvo si sporge dai loro marmi. Davanti a me passeggia una donna in chador, fatico a leggerne il profilo nel contrasto con la busta Disney inanellata al polso. Senza lasciarmi dissuadere dalla delusione dei restauri in corso che hanno risparmiato solo il mihrab, impedendo la vera visita al tempio, provo a immaginare la moschea alle origini, fissando i pannelli che ne illustrano la fisionomia intatta. Cupole e semicupole oltre le quali, al posto di una mensa per indigenti, si trova ora un ristorante sulla via dell’Università.

Non intendo memorizzare strettoie che non ritroverò, proseguo piuttosto tra edifici in legno e rovine come fossero ingredienti dello stesso limite urbano sovrapposto alla sua bellezza: «L’immagine di sobborgo dietro la quale c’erano distruzione e tristezza, oppure il sogno di un’Istanbul pittoresca, sporca e remota, non sono mai stati collegati, dagli scrittori della città, alle creature pericolose, losche e maligne dell’inconscio. Perché ciò che era nazionale e tradizionale doveva essere allo stesso tempo innocente e adatto alle famiglie», ricorda Pamuk. Non cerco altre giustificazioni e mi arrendo all’inevitabile che prorompe.

*Giulia Valsecchi è autrice della guida a Istanbul della collana “Le città letterarie” (Edizioni Unicopli, 12 ), da cui è tratto questo brano.

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