INTERVIEWS

Incontro con Mario Dondero

Girare il mondo e fotografare non possono essere puri esercizi di stile. Devono avere il valore di una documentazione veritiera

Girare il mondo e fotografare non possono essere puri esercizi di stile. Devono avere il valore di una documentazione veritiera

A cura di Andrea Foschi

In occasione della presentazione della mostra milanese Rapporto Africa a sostegno dei progetti dell’Ong Fratelli dell’Uomo abbiamo incontrato il maestro del reportage Mario Dondero. Una vita sempre in movimento la sua, non guida, ma frequenta spesso treni e mezzi pubblici ovunque si trovi. E ancora oggi, a 83 anni (è del 1928), è difficile trovarlo a casa.

Un vita da nomade la sua, segnata da oltre 40 anni di lavoro con base in Francia. Dondero ha fotografato i più grandi artisti e letterati del ‘900 (celebre il suo scatto degli esistenzialisti del Nouveau Roman, con Samuel Beckett). Macchina fotografica alla mano, Dondero ha raccontato le vicende sociali e politiche più importanti del secolo scorso: dal regime dei colonnelli in Grecia, alle guerre post coloniali in Africa, alla Spagna del franchismo, agli sconvolgimenti politici dell’Europa con la caduta del muro di Berlino.

Perché ha scelto di fare il fotografo?
Sono stato da sempre incuriosito dal mondo e dalle sue mutazioni. La definizione di fotografo la sento un po’ stretta. Sono più un giornalista che ha scelto di utilizzare la fotografia per comunicare e documentare. All’inizio scrivendo sulle pagine di cronaca dell’Avanti, poi sono stato costretto a corredare in testi con le fotografie. E così sono diventato anche fotografo.

Come definirebbe la sua fotografia?
La fotografia deve essere un documento e avere quindi anche un valore giornalistico e non essere un puro esercizio stilistico. Non apprezzo la spettacolarizzazione delle immagini di reportage.

Molti dei suoi viaggi erano in Africa
L’Africa è una mia grande passione. Ci sono andato molte volte con incarichi diversi. Ho seguito la guerra in Guinea Bissau dove sono stato prigioniero e dove ho subito molte violenze fisiche. Nel 1969 ho fotografato il primo comizio di Gheddafi, quando era appena diventato rais della Libia. A metà degli anni ’60 sono andato in Mali per la produzione di un documentario della Rai. Quella volta ci hanno sequestrato tutto il materiale video, telecamere e accessori. Però, sono riuscito, non so come, a nascondere la macchina fotografica, che poi ho venduto per recuperare qualche soldo e finire il progetto pagando un operatore locale. L’Africa è una terra di sorprese, anche violente, ma è anche un continente di grande umanità.

Cosa consiglia a un giovane che vorrebbe fare il suo mestiere?
I tempi sono cambiati ma alcune regole rimangono. La coerenza premia. Occorre sapersi far riconoscere come autore per affermare un proprio stile da far valere con i committenti e gli altri interlocutori.

Dove andrebbe il photoreporter Dondero oggi?
Mi piacciono il luoghi del cambiamento per questo grazie all’analisi e al sesto senso sono riuscito nella mia vita a ritrovarmi con la mia macchina fotografica nel luogo giusto al momento giusto.

Da leggere: un libro che racconta la vita del photoreporter è Mario Dondero (a cura di Simona Guerra, Bruno Mondadori, 18 €): 210 pagine di testi e fotografie.

Il sito: www.mariodondero.com

Le foto di Dondero esposte a Milano fino al 13 novembre 2011 alla mostra Rapporto Africa sono ora in vendita con quelle di Gian Butturini presso Fratelli dell’Uomo. Sono stampe in bianco e nero su carta baritata, 30×40 cm, montate su passpartout bianco (300 € ciascuna). Il ricavato va a sostegno dei progetti della onlus in Africa (tel. 0269900210, info@fratellidelluomo.org, www.fratellidelluomo.org).