REPORTAGE

Israele: la pace sia con noi

Lo Shabbath a Gerusalemme e in tutto Israele è un giorno di tregua. Lo racconta Shulim Vogelmann

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Testo di Shulim Vogelmann, fotografie di Gianmario Marras

Shabbat. Esco di casa, jeans e maglietta, mentre gioco con le chiavi facendole tintinnare una contro l’altra. Mi immergo nel silenzioso verde sabbatico di Rechavia, il mio quartiere, dai giardini incolti e dalla perenne tranquillità. Avanzo lento, spensieratamente, anche se la pace intorno immalinconisce: immagino di sentire un coro di bambini che canta, accompagnato da un tamburo percosso leggermente, a un ritmo che non è triste ma che mi fa vedere una confusa processione funebre di un soldato, di un eroe ricoperto dalla bandiera per cui si piange ma di cui si è orgogliosi e dunque non ci si dà allo sconforto. Mi metto al passo adatto alla circostanza e fischietto, oltrepassando i giardini di case dalla pietra ruvida dentro alle quali vecchie coppie dormono, professori leggono e studenti guardano il soffitto.

Costeggio la casa del primo ministro, sorvegliata ma non in modo ingombrante; non ci faccio caso perché il mio occhio segue una famiglia di ortodossi di ritorno dalla sinagoga. Cinque bambini si tengono per mano, le femmine sono vestite uguali e i maschi lo stesso: «Giustamente comprano all’ingrosso» penso. Un sesto bambino, neonato, è spinto nella sua carrozzina e dorme con una kippà che gli pende da un lato ma attaccata a una molletta non cade. La madre, che non sembra provata da tutti quei parti, cammina al fianco del marito che conduce il gruppo in giacca e cappello nero, nonostante il caldo. La barba grigia di un Mosè. «Ma quanti ce ne sono in questa città!» penso e pensandolo sorrido. Le sopracciglia folte nascondono sotto vecchi occhiali spessi e grandi due occhi neri pieni di fede o di felicetà che forse sono la stessa cosa per quell’uomo.

Un po’ lo invidio: la sua famiglia e l’amore che riceve gli dà ogni giorno la sicurezza di sapere che quello che fa è giusto; gli invidio il suo essere così perfettamente ebreo.

Mi vedo, vestito come lui, camminare per quella stessa strada dondolandomi beatamente con una fila di mocciosi al seguito e con una moglie della cui dedizione non dovrò mai dubitare. Ma mi riprendo in fretta la mia vecchia vita, buttando quei vestiti un poì stropicciati: non rinuncerei mai agli agi, ai vizi e soprattutto alle libertà del mio essere laico, moderno. Con sollievo penso a un cheeseburger, a una gita ad Abu Gosh a mangiare humus il sabato mattina, alla maratona di film alla Cinématèque il venerdì notte e soprattutto, cosa che più di tutte mi convince, alle donne che ho avuto e che avrò, ai rapporti liberi, alla possibilità di conoscere ed amare più di una ragazza.

Mi lascio dietro quella famiglia e con essa tutti i ragionamenti sull’eventualità di me ortodosso. Scendo Keren ha-Yesod fiancheggiando Gan ha-Paamon, il giardino alla cui entrata è scritto «dedicato a tutti i figli di Abramo». Tra gli oleandri in fiore che troppo cresciuti coprono il recinto del parco intravedo un gruppo di ragazzi che gioca a basket, poi, imprevisto, un visino sorridente di un bambino arabo spunta tra le foglie e mi fa la linguaccia scomparendo subito dopo tra i cespugli. Mi ha messo allegria e aumento il passo accelerando verso le scale della Cinématèque il cui ristorante, Cacao, è uno dei pochi luoghi aperti di sabato anche uno dei più incantevoli di Gerusalemme, con grandi poster dei film che tappezzano le pareti: La dolce vita, A qualcuno piace caldo, Ladri di biciclette, Le iene. La gente, che esce dalle sale sottostanti, appare più ottimista, leggera. Sui sofà neri o sugli sgabelli del bar soprattutto giovani.

Mi siedo sulla terrazza, la stupenda terrazza fiorita che domina la città vecchia, la valle, l’orizzonte ocra che si allontana verso la Giordania; sulla terrazza della Cinématèque sei seduto su un confine ma non temi niente, crederesti che i confini non esistono più.

Shulim Vogelmann è nato a Firenze nel 1978. Nel 2002 si è laureato in Storia all’Università Ebraica di Gerusalemme. Traduce in italiano narrativa israeliana e dirige la collana Israeliana per la Casa Editrice La Giuntina. È curatore del Festival internazionale di letteratura ebraica di Roma. Mentre la città bruciava, da cui è stato tratto questo brano, è il suo primo libro.

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