TRAVEL DESIGNER

Trekking in Patagonia

Dedicato a chi ama (davvero) la montagna: 18 giorni a piedi, in tenda e nei rifugi nella Terra del Fuoco, tra morene e cime mitiche

Di Paola Sburlati

Lo sappiamo tutti, la Patagonia è un posto leggendario, immortalato da grandi scrittori, romanzieri, eroi. Quanto è stato detto e scritto su queste lande alla fine del mondo! E quanto queste parole hanno alimentato il fascino della Terra de Fuoco e sogni di avventura. Poi, quando ti ci trovi in mezzo davvero, la bellezza solo immaginata ti travolge. Così è cominciato il mio trekking da El Chalten a Ushuaia.

Arrivo in piena estate (a fine gennaio) e, in poche ore, passo dal caldo torrido di Buenos Aires alle nevi. Fin dal primo campo tendato, mi sento in paradiso, un puntino nero in mezzo al bianco infinito: una tenda solo per me, e un gruppo di gente in gambissima con due lauree che ci accompagna e ci prepara da mangiare. Sono l’unica italiana, gli altri sono brasiliani, spagnoli, peruviani, cileni, francesi, danesi, un neozelandese; e da brava italiana sono vestita “troppo”, troppo equipaggiata, troppo tecnica, troppo intonata, troppo elegante. Vabbè, però di notte il termoetro scende anche sotto zero, e io che sono ben attrezzata non me ne accorgo nemmeno, mentre gli altri devono chiedere coperte doppie.

Vediamo, e non una sola volta, le cime di Cerro Torre e Fitz Roy. Me ne innamoro e capisco perché agli occhi di chi la montagna l’ha provata sul serio, sono diventate mitiche, non solo per la difficoltà di affrontarle ma per la bellezza.

Torniamo alla civiltà nel paesino di El Chalten, e da lì a El Calafate, ormai una cittadina acchiappa-turisti: la tappa è inevitabile, perché da qui si parte per il minitrekking con i ramponi sul ghiacciaio del Perito Moreno. Bello, anzi stupendo, lontano dalla folla, dalle costruzioni, da tutto.

Prossima fermata in Cile, al parco nazionale del Paine, dove facciamo il Circuito W, uno dei più famosi trekking al mondo: si dorme in tenda e in rifugi, sempre in vista delle montagne del Paine, Los Cuernos, Las Torres e tutte le altre. Se penso al posto più bello del mondo, ricorrendo alla massima oggettività possibile, rispondo le Torres del Paine.

Se il viaggio finisse qui, personalmente ne sarei già appagata – c’è chi si lancia in oziosi confronti con la Patagonia argentina, ma per me il paragone non ha alcun senso – invece si prosegue. Ancora in Cile, passiamo da Puerto Natales (sul Seno di Última Esperanza) e da Punta Arenas per imbarcarci su una chiatta verso lo Stretto di Magellano, verso Tierra Major e di nuovo in Argentina: qui ci fermiamo all’Estancia Las Hijas, una tenuta spartana, rustica, gestita da gente con le maniche rimboccate e avi arrivati da chissà dove in Europa. Trascorriamo la serata sotto le stelle, a mangiare asado (carne allo spiedo) e a raccontarci vite e pensieri che non avremmo mai rivelato altrove. Invece sotto quei cieli viene spontaneo, naturale. La notte si dorme in un vecchio vagone di treno in disuso, una specie di camerata con divisori precari, ma per me tutto è entusiasmante.

Il giorno dopo si parte in minivan per Ushuaia, la città più a sud del mondo (ma i cileni non sono d’accordo, per loro è Puerto Williams). Record a parte, trascorriamo la notte in un rifugio e dopo aver attraversato il parco nazionale e navigato il Canale di Beagle, con un vento che quasi quasi ci spazza via fino al Faro Les Enclaireurs, siamo irrimediabilmente innamorati di questo modo di viaggiare a tu per tu con le montagne, la steppa e i cieli.

Questo tour è proposto da Ruta 40, operatore specializzato in viaggi in America Latina: 18 giorni, con trekking impegnativi, da 3.658 € a persona. Programma e dettagli: www.ruta40.it; tel. 0117718046.

Un paio di consigli di Paola Pardieri, giornalista di Gioia che è stata a Ushuaia anche per visitare i luoghi dove i suoi avi avevano aperto un pastificio bolognese qualche decennio fa: bere un caffè al Ramos Generales El Alamacen (meglio da soli, senza il gruppo) e visitare il Museo Yàmana (Rivadavia 56) che racconta storie di sopravvivenza e di resistenza al freddo, quando non esistevano scaldabagni e termosifoni.