REPORTAGE

Cielo di vernice a Beirut

Shatila, dopo il massacro, vive di illusioni, senza troppe illusioni. Beatrice Cassina, viaggiatrice e fotoreporter, la racconta

Testo e foto di Beatrice Cassina

Tra il 16 e il 18 settembre 1982, durante la guerra civile libanese, i due campi profughi palestinesi di Beirut, Sabra e Shatila, sono stati teatro di un efferato massacro che, ancora oggi, viene ricordato proprio con il loro nome. Sabra, dopo il massacro è stata “seppellita”, insieme ai corpi delle circa 800 vittime, dalle sue stesse macerie, mentre Shatila continua a vivere e a essere il campo profughi palestinese di Beirut. Tramite amici libanesi e palestinesi conosciuti in un coffee shop di Hamra Street a Beirut, arrivo a Shatila per passare una notte con la famiglia del fratello di Ahmad, un amico palestinese. Lasciandosi alle spalle i locali più alla moda della zona di Ashrafieh, con le sue Porsche, Ferrari e Lamborghini parcheggiate, in pochi minuti si arriva ai “confini” di un mondo molto diverso. A Shatila, i militari libanesi stanno fuori e, superata la soglia, si entra davvero nel mondo dei profughi. Mentre durante il giorno le piccole viuzze, strette come quelle di un souk, sono estremamente caotiche, sia di gente che di voci, una volta calato il sole, la gente si ritira nelle proprie case e, da quel momento, è difficile, se non impossibile, girare senza una guida. Non perché sia pericoloso, ma perché solo chi ci vive da sempre riesce a orientarsi.

Seguendo i miei ciceroni – Ahmad e due amici libanesi Ramzi e Mansour – sono entrata, mentre il sole si affievoliva, nel labirinto stretto di Shatila. Le strade sono polverose e sporche, e ovunque si trovano pozze d’acqua stagnante e maleodorante, mentre fili elettrici pendono disordinati dalle facciate degli edifici, incrociandosi nei buchi di cielo ancora liberi. A ogni passo possono comparire, dietro l’ennesima casa arroccata e abbarbicata ad altre confinanti, panorami che ricordano drammatiche scene di guerra. Palazzi in piedi ma distrutti, macerie abbandonate da chissà quanto tempo, automobili bruciate, muri coperti da urli di rabbia e speranza dipinti con l’eleganza unica della scrittura araba, tanti ritratti di Arafat avvolto nella sua kefiah bianca e nera. La casa dove Ahmad vive con il fratello Ibrahim, sua moglie Sana e i bambini Maryam e Ayed, è nascosta in uno di questi tanti cunicoli. Le scale, larghe poco meno, o poco più di quaranta centimetri, si arrampicano per quattro piani, senza nessun corrimano, senza nessuna protezione. Sulle scale ci stava aspettando tutta la famiglia: zie, fratelli, sorelle, cugini, bambini. All’ingresso della casa di Ibrahim, al terzo piano, si accede direttamente da un gradino delle scala che sale arrotolandosi senza interruzione. Entriamo nell’ingresso, unico spazio dotato di una finestra, che si affaccia su altre costruzioni a pochi metri e che impediscono quasi totalmente la visione del cielo. Da qui, sulla destra, si arriva all’unica camera da letto con bagno e senza finestre e, più avanti, a un’altra sala dove, circondati da piccoli divani su quattro lati, due tavolini erano già apparecchiati con i piatti per la cena: insalate, pasta fredda, patate fritte, falafel, alcune verdure fritte, hummus, pita bread, del tè. Anche qui non ci sono finestre, ma il soffitto è dipinto d’azzurro con delle belle nuvole bianche. Il cielo, qui, lo possono vedere dipinto.

Intanto, il piccolino di casa, Ayed, di 3 anni, grande tifoso di calcio e della nazionale italiana dopo la vittoria mondiale del 2006, corre a cambiarsi: eccolo qui, che mi guarda orgoglioso con la maglia degli azzurri con il nome di Totti, che è ormai diventato il suo soprannome. Dopo la cena, i miei ospiti mi spiegano le loro parentele, e raccontano come e chi ha perso mariti, figli, fratelli, sempre a causa di qualche proiettile. Spesso scoppiano risate ironiche, dovute all’incomprensione continua di domande fatte in una lingua da una parte, e tentativi di capirle e rispondere dall’altra. Mi chiedono dei Paesi che ho visitato, se sono mai stata in Palestina, se sono stata a Parigi. È imbarazzante raccontare a una persona che è in prigione da sempre come sono i cieli del mondo. Quindi gli amici avvisano che escono e, solo Ahmad, tornerà a casa più tardi. Solo adesso che gli uomini non di famiglia se ne vanno, le donne si tolgono il velo. La televisione intanto viene spenta, e si mettono sui tappeti tre narghilè; ci si siede tutti per terra e, mentre Ibrahim gioca con la figlia Maryam di un anno, si accende la radio che trasmette musica rock degli anni Settanta, mentre la voce di Jim Morrison parte con Break on Through, che probabilmente ha un valore diverso per chi vive in esilio forzato da più di sessant’anni.

I quattro piani di fratelli e sorelle, poco alla volta, passano a bere un caffè, a salutare e a conoscere quell’occidentale che ha voglia di conoscere e capire Shatila; e che un giorno, sperano, forse scriverà una delle tante storie che cercano di raccontarmi. La mamma di Sana arriva verso mezzanotte dalla zona della Tripoli libanese, a nord di Beirut, insieme a un’altra figlia che, invece, non porta il velo ma sfoggia bellissimi capelli castani sciolti. Sempre ridendo, parte la discussione del perché sì o perché no portare il velo: in questa famiglia, chi lo porta, lo ha scelto. Niente è mai stato imposto e, proprio Ibrahim, cerca ancora di convincere Sana a non metterlo più. Continuano a offrire dolci, caffè con latte condensato, e mi chiedono spesso se voglio andare a letto. Ma no, non ho sonno. Non è ancora chiaro come ci si organizzerà per la notte e, pensando di dormire su una sedia o sul tappeto, dicendo che ho sonno manderei tutti via. Solo verso le tre di notte, si decide che è tempo di dormire e allora diventa chiaro che, no, non c’è verso, la sottoscritta dormirà nel letto, coperto da quel copriletto di raso rosa. “È l’ospitalità palestinese”, spiega Sana sorridendo, mentre cambia le federe dei due cuscini e chiede più di una volta se ho bisogno d’altre coperte.

Si spengono le luci: la straniera, la sottoscritta, è nel letto da sola. Mentre per terra, nella saletta dove c’è l’unica finestra, ci sono Ahmad, che è appena tornato, suo fratello con la moglie Sana, Maryam e il piccolo “Totti”. Nella sala con il soffitto dipinto a cielo invece, dormiranno la nonna di Tripoli e la sorella di Sana. La mattina seguente, alle 7.30, Sana stava già pulendo i pavimenti e, appena apro gli occhi, mi ha spiegato che “a Shatila dobbiamo pulire i pavimenti tutti i giorni, …lo sporco entra in casa da ogni spiraglio…”. Nell’altra sala se ne sono andati tutti e, la sorella e la mamma di Sana preparavano la colazione mentre le due nipotine Nour e Sarah, arrivate dal quarto piano, stavano studiano il Corano, un po’ ridendo, un po’ ripetendo serie-serie passi di una Sura importante. Si stanno preparando per andare a scuola al turno pomeridiano.