REPORTAGE

Oman, perché ora

Innanzitutto perché non è ancora troppo sfruttato turisticamente e poi perché è meno integralista, più edonista e naturalmente bello

[slideshow id=32]Di Sara Magro, fotografie di Maurizio Levi e Augusto Panini

Che il sultano dell’Oman sia un uomo dai gusti raffinati è sicuro. Ama i fiori e davanti al suo palazzo a Muscat, c’è sempre una squadra di pachistani indaffarata a sistemare le aiuole, curatissime e a lucidare i marmi del lastricato, gli ottoni dei cancelli. Lo si capisce anche dall’impronta urbanistica, viaria, di illuminazione che ha dato alla capitale che è cresciuta da quando sul trono è salito lui, Qaboos Bin Said, dopo aver garbatamente deposto il padre, decisamente meno illuminato nell’amministrazione. E in quarant’anni di regno, il sultano ha trasformato un regno medievale in un paese moderno, aperto, meno integralista di qualunque emirato confinante.

Ma non lo ha fatto a suon di effetti speciali, stile Dubai e Abu Dhabi. Ha seguito piuttosto la filosofia di una modernizzazione della tradizione. Niente gare al rialzo di grattacieli e niente appalti ad archistar internazionali. Le opere pubbliche le finanzia lui, e nel 2001 ha regalato ai cittadini la Grande Moschea. Non poteva chiamarsi diversamente date le dimensioni. L’edificio è meraviglioso, bianco di marmi tirati a lucido e riccamente intagliati con gli arabeschi classici fatti però con tecnica digitalizzata: disegno al computer, esecuzione a getto d’acqua, risultato da finissimi artigiani. Da qualunque prospettiva la si guardi, il gioco delle linee di fuga porta a fuochi nuovi che concentrano l’attenzione su un particolare che non poteva, non doveva sfuggire. Dentro, ci sono la moschea degli uomini, con un lampadario in oro e cristallo da 1.200 lampadine e un tappeto persiano tutto d’un pezzo (61×71 metri, 22 tonnellate) annodato a mano, la moschea delle donne, più piccola e modesta, cinque minareti, un centro di studi e ricerca sull’islamismo.

Qaboos Bbin Said è anche un fine intellettuale, e investe sullo sviluppo e la conservazione della cultura dell’Oman e della sua apertura al mondo. Per questo ha voluto nella capitale anche un’Opera House che comincia ufficialmente la stagione di lirica, musica e danza il 12 ottobre. È un evento importante, non solo perché è il primo teatro di questo genere negli Emirati Arabi, ma anche perché dà alla capitale nuove prospettive come crocevia di artisti, orchestre e compagnie di balletto di tutto il mondo. Il primo cartellone porterà in Oman anche cori di voci bianche, musicisti, tecnici, truccatori, eccetera eccetera. E così, sempre più persone sapranno dove è e cosa è l’Oman.

In effetti se ne conosce poco da noi. Ma da qualche tempo se ne sente parlare più spesso, e suscita curiosità. In Italia, l’Oman si è presentato ufficialmente come meta di viaggio alla scorsa Bit, nel febbraio 2011. La cosa impressionante è che lo stand era affollatissimo. La motivazione potrebbe essere che il mondo arabo in questo momento non ha proprio l’immagine di un paradiso turistico. In Libia non si può più andare, in Egitto si ha paura di andare, in Yemen si spara, in Afganistan, lasciamo perdere… Insomma, una buona porzione del Medio Oriente e del Nord Africa sono sparite dalla carta geografica dei viaggi. E anche quando si potrebbe andare, si tituba per mille ragioni e paure.

Invece, in Oman, si può andare. Tranquilli, e senza quel rigore integralista che impongono altri sultanati. Certo non si può entrare in canottiera e pantaloncini in moschea, ma, provate a farlo in una chiesa italiana! Nel deserto invece, si va come si vuole. Nessuno dice niente. Anche perché non c’è nessuno. Ma nessuno nessuno. Il bello dell’Oman è proprio questo: gli spazi, senza uomini, senza case, senza niente, vuoti. Un dato aiuta a capire meglio: su un territorio poco più piccolo dell’Italia, vivono 2 milioni di omaniti, e 800 mila stranieri.

La nostra carovana è formata da quattro fuoristrada, due guidati da italiani (il tour operator Maurizio Levi e Piero Rossi, suo corrispondente in Oman), due da omaniti che parlano un po’ d’inglese e qualche parola d’italiano. Si parte dalle montagne. La catena dell’Hajar s’impenna rapidamente, su per strade che non sono strade. Solo ogni tanto c’è un’oasi di palme con qualche casa intorno. Villette ,graziose in certi casi, realizzate poco a poco con i 500 rial (poco più di mille euro) che il governo dà mensilmente a tutte le famiglie che vivono di attività tradizionali (allevatori, contadini, pescatori).

Si sale lentamente. Qualcuno vuole fare due passi a piedi. Bene, sempre dritto. Le guide cercano un posto all’ombra per il picnic. Alberi ce ne sono pochi, meglio andare un po’ più avanti; c’è un’oasi, il fiume, un orrido che squarcia la roccia. Bisogna andare in macchina. Si risale e si riscende dieci minuti dopo in un angolo più bucolico. Ci sono 44 gradi, ma non pesano. Nella schiscètta, pasta fredda, melanzane e frittata ricordano casa, per fortuna sufficientemente lontana. Dopo tè, caffè e datteri (non mancano mai), si riparte: dobbiamo arrivare ai duemila metri prima di sera. All’inizio fotografiamo tutto, un rivolo, la piccola rana, le caprette, le palme, i datteri stesi ad asciugare al sole…dilaga una specie di click-mania.

Ci fermiamo ad Al Hamra, un paese di fango e paglia abbandonato da una ventina d’anni. Il suo unico fascino è la decadenza assoluta. Ci proviamo gusto a entrare e uscire senza chiedere il permesso in quelle case disabitate, dove si intuisce l’organizzazione famigliare. Solo verso la fine del villaggio c’è qualcuno: degli anziani che giocano a carte in un rudere che ha solo il tetto, una macchina nuovissima parcheggiata, il salone del barbiere, un food store, un negozio di telefonini e pochi altri segni del nuovo villaggio costruito di fianco al vecchio.

«Dobbiamo arrivare lassù entro le cinque, dice Levi, vorrei farvi vedere il canyon che sprofonda per 1000 metri». Il paesaggio è sempre più brullo, scuro, pietroso. Il resort è a poche centinaia di metri. Che posto: una stanza grande, un tavolo senza sedia, un divanetto coi cuscini sistemati al contrario, la doccia che non funziona, e due letti preparati con lenzuola spaiate ma pulitissime. Davvero siamo in un posto poco turistico, e per questo ancora più incantevole. Finalmente niente di eco-qui ed eco-là. Un tendone rosso copre la porta finestra. Bisogna litigare un po’ con la serratura per aprirla, ma dietro a quel vetro c’è uno spettacolo troppo bello per arrendersi: una landa piatta, nera che precipita a strapiombo sullo sfondo di una dorsale nodosa che affiora dove essa invece sparisce. Il resort è sistemato su un cocuzzolo piatto, quasi lo occupa tutto, così girando su se stessi sembra di essere nell’ultimo piccolo baluardo di civiltà. Intorno solo montagne e cielo.

La sera a tavola Piero, la nostra guida, racconta perché vive bene in Oman. Non se lo sogna neppure di tornare in Italia. «Perché dovrei? Ho un lavoro, una casa stupenda e abbastanza grande per ospitare gli amici. E poi, questo è un Paese prospero: quando hanno messo sul mercato il Porche Cayenne, ne sono stati venduti subito 460. Solo per dire una delle vetture di lusso. Poi bisogna aggiungere le Lamborghini e le Ferrari che hanno concessionarie ufficiali a Muscat». Ovvio, sarà per il petrolio. Infatti lo è, ma beni di lusso a parte, qui stanno bene tutti e le risorse vengono investite anche sul welfare. «In Oman ci ospedali all’avanguardia e un sistema sociosanitario accessibile a tutti; tutto il Paese è un grande cantiere: si costruiscono strade, si fanno opere pubbliche e private che hanno trasformato il Paese. Non c’è da meravigliarsi che la gente adori Allah e, al secondo posto, il sultano. Oltre agli aneddoti memorabili – è lui quello che passa tra la folla lanciando dal finestrino carta moneta -, ci sono le azioni più sostanziose. Un esempio: per i 40 anni di regno, ha regalato ai dipendenti pubblici un mese di stipendio. Queste sono cose che il popolo non dimentica». Qaboos è populista di prim’ordine, però è stato anche il primo sultano arabo a concedere il voto alle donne nel 1994, e alle elezioni del 15 ottobre per il rinnovo del Consiglio di Consultazione, in lista ce n’erano 77.

Da molti anni Rossi fa la guida nei deserti, prima in Sudan poi in Libia, oggi in Oman; accompagna i turisti su strade che non si vedono e non esistono. Ogni volta le traccia per la sua spedizione, uscendo appena può dalla pista indicata. La sua guida sicura e il suo buonumore fomentano la fantasia e la sensazione di avventura.

Domani all’alba, si parte per il deserto. Meglio coricarsi presto, non senza aver guardato la luna tramontare dietro le montagne, più visibile del solito, più vicina del solito.

Sveglia alle sei. Per prima cosa una boccata d’aria.

Attenzione alle capre. Se entrano in camera, corrono dritte alla toilette e cominciano a mangiare la carta igienica come fosse una rotella di liquirizia. Mentre finiscono, bisogna far sparire qualunque altra fonte di cellulosa di cui sono ghiotte. Inutile tentare di cacciarle, finché non hanno perlustrato ogni angolo non se ne vanno. Ci vuole ben altra tempra di un ingenuo animalista di città!

Finito l’asfalto tratteggiato – ora sì ora no – la strada diventa polverosa. È l’anticamera delle Wahiba Sands, che finiscono sull’Oceano Indiano. «Vedi, qui non c’era proprio niente, nessuno si era avventurato su queste sabbie. Quando sono venuto qui per la prima volta, nel 1999, ho dovuto far coraggio al mio accompagnatore che riteneva queste rosse dune invalicabili per qualche misterioso motivo. Gli dicevo, dài dài, proviamo di qui, giriamo di lì. E così abbiamo aperto per la prima volta questa strada che oggi fanno tutti, dalle carovane dei beduini a quelle dei turisti». Non c’è da stupirsi. Maurizio Levi, prima di fare il tour operator era un rallista vero. L’ultimo italiano a vincere il Camel Trophy nel 1984. Di fuoristrada e di deserti se ne intende. «A me piace cercare posti in cui hai la sensazione di essere il primo e l’ultimo uomo a passare, dove non ci sono costruzioni e dove, con molta probabilità, non potranno essercene mai».

Le dune sono cangianti, color ocra in controvento e rosse nella direzione dell’ultimo vento. Ancora più rosse perché c’è il tramonto. È ora di montare il campo e le tende, mentre Jensen e Mubarak, i due accompagnatori omaniti, si occupano della cena, penne al ragù e spezzatino di verdure sotto le stelle e la via lattea. Il vuoto comincia a fare effetto anche sul consueto affollamento di pensieri. Non svaniscono, diventano solo meno assillanti. Solo qui, «si può trovare la pace della vera solitudine», sostiene Wilfred Thesiger, il terzo esploratore ad avventurarsi nel 1945 nel deserto Rub el-Khali, il più grande del mondo, che dall’Arabia Saudita sconfina fino all’Oman. Lui che nel deserto passò quattro anni, sapeva bene cos’è: «Questo era infatti il vero deserto dove le differenze di razza e di colore, di ricchezza e di posizione sociale sono pressoché senza senso; dove il manto dell’apparenza viene strappato e le verità fondamentali vengono alla luce. Era un luogo dove gli uomini si tengono stretti gli uni agli altri. Qui essere soli voleva dire sentire immediatamente il peso della paura, poiché la nudità di questa terra era più terrificante della foresta più oscura nel pieno della notte ». Viaggiando coi beduini e facendo la loro vita, Thesiger aveva elaborato una teoria riassumibile nel motto: “The harder the life, the finer the person”. Più dura è la vita, più fine diventa la persona. Non è il mio caso, io sono qui per un viaggio di piacere, servita e riverita nel migliore dei modi.

Ecco le dune alte e il battesimo del deserto (la mia prima volta). Pochi metri e si affonda. Perché anche dove la sabbia è dura come cemento e sembra resistere al peso, improvvisamente diventa farina e inghiotte le ruote. Si scende, si lega la corda a un’altra macchina, si spinge. «Ecco perché bisogna avere almeno due auto, per eventuale soccorso», dice Levi. «Ci sono viaggi che proprio non si possono fare in individuale, per una o due persone. I prezzi salgono eccessivamente. Ovvio c’è chi se lo può permettere, e chiede anche un campo con lenzuola di lino e doccia, cuoco, guida, autista. Ma questi sono casi eccezionali. In generale, si parte in 6-8 e se serve, ci si dà una mano». Non è poi male, la spedizione e il nulla accorciano i tempi conoscenza. Nel deserto si diventa subito amici o nemici, anche se poi, quando c’è da spingere o da montare una tenda col vento forte, si diventa gruppo. Anche se la strada, le luci, i negozi di alimentari, la civiltà sono sempre a meno di 50 chilometri.

In questo deserto, può viaggiare chiunque, dai bambini ai primi passi agli ultranovantenni (Levi ci riferisce del caso di una signora di 92 che torna ogni anno). E si può fare una prova di guida in fuoristrada (ma questo tipo di viaggio va programmato prima, non si può improvvisare lì per lì). «In un paio di giorni o tre, si impara quasi tutto. Anche ad arrampicarsi sulle dune più alte. Ovvio, si deve essere portati per la guida, ma questo è più o meno tutto. Basta mettersi al volante e andare: quattro marce più le ridotte, e un po’ di sensibilità sotto i piedi e negli occhi, per tastare e capire il terreno». Non sembra impossibile.

Intanto le dune dell’erg sono diventate cunette, dove pascolano i cammelli. In una capanna fatta di poche lamiere e stracci c’è un guardiano pachistano. Caffè al cardamomo e datteri sono pronti da servire a chi passa, chiunque, in cambio di una sigaretta e un po’ di compagnia. I datteri c’erano anche all’accampamento di nomadi, poco più in là. Sono arrivati tutti ad accoglierci: le donne vestite di rosso e agghindate d’oro, l’unico bambino piccolo (gli altri sono alla scuola dell’obbligo), un paio di uomini. Poche parole e molti sorrisi, uno scambio che non sarebbe accaduto senza i nostri accompagnatori, che di queste terre conoscono lingua, abitudini, convenevoli.

Dalle dune d’oro si passa a quelle bianche della Baia di Khaluf. Com’è caldo l’Oceano che prosegue per circa 200 chilometri con spiagge lunghissime e arenili di conchiglie rosa, alte scogliere e piccoli golfi. Si corre a cento all’ora sulla sabbia, anticipando al minuto l’alta marea. Al passaggio, si sollevano migliaia di uccelli appollaiati vicino alle barche appena rientrate dalla pesca. I pesci spezzati sono per loro. Conoscono tutto del rituale: l’arrivo del dhow a riva, il pick up che lo trascina sulla spiaggia, gli uomini e i bambini che lo circondano, i mercanti che scelgono, con il cellulare in mano e le chiavi della Toyota nuova di pacca. Non c’è una donna. Mai, o quasi. Saranno nelle case fatte di frasche di palma. I villaggi dei pescatori sono fatiscenti come le prime ville sul mare, decadenti ancor prima di essere intonacate. Non c’è nemmeno la strada. La stanno costruendo ora, ma ce ne vuole prima che sia finita…

Si torna sull’asfalto per andare alla riserva naturale di Ras El Hadd, dove tra agosto e novembre depongono le uova migliaia di tartarughe verdi. Stanotte bungalow, letto vero e spiaggetta davanti alla porta. Anche se non c’è il bagno in camera, chi se ne importa? È un posto semplicissimo, stupendo. Peccato non fermarsi qualche giorno.

A Sur si arriva per un ponte che sembra quello di Brooklyn, a parte i ghirigori arabi dei lampioni. Appena fuori città c’è un cantiere dove si costruiscono barche in legno. Gli operai, tutti del Bangladesh, lavorano a 45° con l’igrometro al massimo. Fanno buchi, piantano chiodi, piallano legni: stanno finendo tre i dhow da turismo per Dubai.

Ancora datteri, ancora caffè. Nella veranda dell’armatore c’è la moquette e ci sono i divani, dove il “Rais” riceve gli ospiti e, caso raro, anche me, una donna, che per di più viaggia sola. Deve suonare strano per loro, abituati a vedere solo le mogli, le figlie e le parenti più strette, e solo in casa. Mi sento in imbarazzo, anche se mi hanno ripetuto mille volte che qui le donne possono viaggiare sole, senza preoccupazione. So che stanno parlando di me, ho le braccia e i capelli scoperti, pantaloni sopra le caviglie… Ci tengo che sappiano che sono sposata e ho una figlia, e che non sono lì per esibire delle libertà. Il confronto è difficile, non sento il bisogno di affermare che anche noi donne occidentali, a modo nostro, abbiamo un rigore. Anche se sembriamo più sfacciate, perché i sandali tacco dodici non li indossiamo sotto l’abaya, da dove si vedono benissimo.

Con chi andare
I Viaggi di Maurizio Levi (www.deserti-viaggilevi.it) organizza il tour in 9 giorni dalle montagne dell’Hajar all’Oceano Indiano con partenze da Milano e Roma, guida italiana, da 2.250 €. Levi propone anche una spedizione di 16 giorni che prevede l’attraversamento della parte omanita del deserto arabico del Rub Al-Khali, la maggior distesa di dune del mondo, raggiunge le estreme regioni del sud, la terra dell’incenso e della mirra, incredibilmente verde; e un viaggio di 11 giorni che comprende l’isola di Masirah, a sud.

In aereo
Volo diretto da Milano Malpensa a Muscat con Oman Air (www.omanair.com).

Dormire
L’Oman è una destinazione prevalentemente naturalistica, con ambienti molto diversi, aspri e solitari che, per essere raggiunti, richiedono qualche rinuncia al confort convenzionale. Quindi, tende senza bagno, bungalow spartani con toilette e docce in comune. Il mio villaggio preferito è nella zona di Ras al Hadd, vicino alla spiaggia dove tra agosto e novembre depongono le uova migliaia di tartarughe verdi. Si chiama Turtle Beach Resort, ha camere semplicissime, rivestite di stuoie dal pavimento alle pareti, lettini monacali, finestrelle minuscole protette solo da canne e una tendina, luci al neon e toilette condivise. Sono disposte intorno a una piccola baia di sabbia e conchiglie bianche, le sdraio in legno dipinte d’azzurro cielo, gli ombrelloni in paglia. Il ristorante è costruito come un dhow: si mangia indiano (ma meno piccante dell’originale), si guarda l’Oceano, si ascolta musica dal vivo e, quando è festa, si balla. Non me ne sarei più andata via (tel. +968/255/40068).

L’Oman è anche una destinazione di lusso, con hotel e resort che dichiarano di soddisfare più dei cinque sensi e di superare le cinque stelle. Nel vero senso della parola, visto che qualcuno ne millanta sette stelle, che sono però non sono mai state parificate alla classificazione alberghiera internazionale. A parte l’Al Bustan Palace che ho personalmente visto a Muscat – hall monumentale, chandelier a cascata, vasi di orchidee e finiture in oro, piscina a sfioro, giardino di palme, tra il Golfo Arabico e un anfiteatro di montagne. E uno stuolo di concierge, butler e camerieri in livrea (www.ritzcarlton.com) – gli indirizzi classici dell’haute hôtellerie sono:

The Chedi Muscat Di fronte al mare, ha una piscina di 103 metri, che è la più grande del Medio Oriente. Accanto, una nuova Spa con otto sale dove fare massaggi anche di coppia, un centro per la remise en forme per chi voglia fare corsi di Kinesis e Pilates, sauna e hammam (www.ghmhotels.com).

Six Senses Zighy Bay Tra i fiordi del Mussandam, ma più vicino a Dubai che a Muscat, le ville del resort con piscina e giardino privato sono circondate da una catena di picchi alti quasi duemila metri a ridosso della spiaggia. Si fanno kite-surf, immersioni, vela, yoga e nella spa, trattamenti curativi e di bellezza (www.sixsenses.com).