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Ramazzotti: racconto storie

Tutti vorrebbero fare i fotoreporter. Abbiamo chiesto a Sergio Ramazzotti, che lo fa di mestiere, com’è la vita del giornalista e fotografo

Band-e-Amir, parco nazionale a 170 km da Kabul. Foto di Sergio Ramazzotti/Parallelozero

Tutti vorrebbero fare i fotoreporter. Abbiamo chiesto a Sergio Ramazzotti, che lo fa di mestiere, com’è la vita del giornalista e fotografo sul campo (anche di battaglia)

Intervista a cura di Sara Magro


Sergio Ramazzotti è giornalista, scrittore e fotografo. Così ogni suo viaggio è lo spunto per un racconto, uno scatto narrativo, una testimonianza sincera che permette di capire profondamente e a tutto tondo realtà troppo lontane per sembrare vere. Ha viaggiato un po’ in tutto il mondo, e ultimamente sempre più in Nord Africa e Medio Oriente: Libia, Tunisia, Palestina, Iran, Afghanistan. Ha scritto libri: Vado verso il capo (Feltrinelli, 1999), cronaca di una traversata di 13.000 chilometri con i mezzi pubblici da Algeri al Sudafrica; Carne verde. La straordinaria storia del peyote, dio del Texas (Feltrinelli, 1999); La birra di Shaoshan. Viaggio in Cina (Feltrinelli, 2002); Afrozapping-Breve guida all’Africa per uomini bianchi (Feltrinelli, 2006); Liberi di morire (Piemme, 2003), Tre ore all’alba (De Agostini, 2005). Nel 2008 ha pubblicato i due volumi fotografici Inde e Chine (Éditions du Chêne, Parigi e Thames & Hudson,  Londra), e nel 2010 Afghanistan 2.0 (Leonardo International). Tra il 2008 e il 2010 ha partecipato al documentario in 8 puntate Buongiorno Afghanistan prodotto da Sky Italia. E ha vinto premi: nel 2005, quello di giornalismo “Enzo Baldoni” della Provincia di Milano, e quello fotografico International Photography Awards di Los Angeles. È uno dei fondatori dell’agenzia Parallelozero di Milano.

Dalla passione per il viaggio al viaggio per professione: cosa è cambiato nella tua esperienza?

Non trovo alcuna differenza tra il primo e il secondo, perché nel mio caso la professione è una passione e sono riuscito a fare della passione una professione. Quindi non è cambiato niente, se non l’esigenza di dover portare a casa una storia e di rispettare deadline e scadenze per la consegna dei lavori. Tutto questo però non sminuisce l’intensità della passione con cui viaggio. Tutto il viaggio, compreso lo spostamento per raggiungere la meta, è un investimento che si fa in termini economici, di tempo, di energie, di emozioni. Un impegno notevole che rende i suoi dividendi a seconda dell’intensità e dell’umiltà con cui svolge.

Cosa ti spinge a viaggiare in posti in cui rischi la pelle?

Ho sempre pensato di fare il narratore, e ci sono sempre tante storie da raccontare. Storie che la gente dovrebbe conoscere e su cui dovremmo tutti aprire gli occhi. Ho visto tanti conflitti, e mi sono accorto che all’origine di questi conflitti spesso c’è la regia dell’Occidente. Una corresponsabilità pesante, per cui trovo doveroso riferire ciò che accade sui campi di guerra, che poi nella pratica sono vicende che riguardano e toccano da vicino soprattutto povera gente in quello che noi classifichiamo come secondo ma soprattutto terzo mondo (guarda caso, i conflitti non accadono mai invece nel cosiddetto primo mondo). Sono storie che l’opinione pubblica ignora o dimentica velocemente. Per esempio la guerra in Libia ha perso visibilità sui media, eppure sono passati solo 4 mesi da quando è iniziata, eppure ci riguarda da vicino per ragioni geografiche, economiche, culturali che ci legano al Paese. Sono stato sui campi di Bengasi e di Misurata, e credo che valga la pena raccontare, ricordare, spiegare quando ho visto: una vera, genuina rivoluzione di popolo che si esprime seguendo le dinamiche archetipiche della rivoluzione, con un afflato libertario spaventoso, una delle manifestazioni più forti di cui un altro essere umano può essere testimone. Analogamente, non potrò mai dimenticare le emozioni che ho provato assistendo dal Palestine Hotel all’abbattimento della statua di Saddam Hussein. Era un moto di piazza incredibile, sentire quell’energia non è possibile altrimenti, anche se dietro, lo sapevamo tutti, c’era la mano longa degli Usa.

Com’è cambiato il modo di raccontare il viaggio da quando c’è il web?

Non è il web che ha cambiato il reportage di viaggio. Il cambiamento radicale l’ho visto soprattutto su carta, già da qualche tempo, forse prima di Internet. Le testate di viaggio o che se ne occupano, hanno abdicato alla storia di viaggio tout court, a favore esclusivo di mete a portata di tutti, di un turismo medio o di massa. Con questo non intendo insultare il turista di massa.

Fino a qualche anno fa, aveva senso pubblicare un reportage sulla Corea del Nord: di certo non era un viaggio da fare (anche oggi ci si va solo in gruppo accompagnati dal tour operator, ndr), eppure se ne scriveva, semplicemente perché era una considerata una fetta di terra e come tale veniva raccontata, come tanti altri posti non adatti al cosiddetto turismo di piacere: per esempio chi si prende la briga di fare un servizio sul Burkina Faso? Oppure, oggi, sul Marocco e l’Egitto, che non sono più consoni all’idea di relax, divertimento, piacere, eccetera? Io invece sono della vecchia idea secondo cui un reportage di viaggio equivale a un racconto del mondo. Ma chi l’ha detto che dopo aver letto l’articolo bisogna partire, andare a vedere quel posto? Raccontare la Corea del Nord significa prima di tutto farla conoscere. Faccio mio un concetto di Antoine de Saint-Exupery: se vuoi che un gruppo di persone costruisca una nave, non devi andare lì e insegnargli come fare. Devi insegnargli a desiderare il mare. Ecco, il giornalismo di viaggi deve fare lo stesso: raccontare il mondo, farlo conosce, informare e acculturare. Dopodiché può indurre anche il desiderio di viaggiare, ma non è la conditio sine qua non. I giornali non vendono viaggi, per quello ci sono i cataloghi.

Il web invece non ha portato una rivoluzione concettuale. Il linguaggio multimediale può arricchire emozioni e può far evolvere il linguaggio narrativo, ma io credo che la forza di una foto può ancora essere superiore grazie alla sua virtù di cristallizzare un momento perfetto. Così come un testo narrativo può essere altrettanto o più incisivo di una registrazione con voci originali e rumori di sottofondo. Tutto sta nella capacità di immaginare, sempre che non sia stata assorbita tutta dai nuovi media dalla tv.

C’è ancora un mondo da scoprire (e come si fa) o abbiamo davvero visto tutto?

C’è tutto un mondo da scoprire. Non ho mai concepito i Paesi e il mondo come un coacervo di pasesaggi, natura, valli, picchi innevati…un Paese singolo o il mondo intero è la somma delle storie delle persone che ci vivono. Dopo 25 anni di fotogiornalismo, non ho ricordi focalizzati sui monumenti di un posto; invece mi sono rimasti impressi gli incontri con le persone con cui, magari, ho trascorso una sola e che a loro e a mia insaputa sono poi diventati maestri di vita. Ripeto, il mondo è fatto dalle storie, e quasi ogni essere umano ha una storia degna di essere raccontata. Ogni secondo nascono migliaia di bambini che fra 20 anni avranno tante nuove storie di vita e chissà quante di queste saranno straordinarie. Da questo punto di vista il mondo continua a essere inesplorato e lo sarà sempre.

Come nasce una storia da raccontare?

Le storie si progettano sempre nello stesso modo: leggo la mazzetta dei giornali (e qui sì, Internet ha cambiato davvero le cose, perché il numero di riviste consultabili online quotidianamente è davvero illimitato). Un esempio: due anni fa dovevo andare in Afganistan, e prima di partire leggo su Internazionale che in occasione dell’Earth Day, si inaugurava il primo parco nazionale afgano, Bandi e Amir. Ho cercato informazioni su Internet e ho scoperto un posto straordinario. Mi sono detto: mi ricavo un fine settimana e ci vado, quando ci vanno gli afgani a fare il pic nic. Quel posto c’è sempre stato! Eppure era dimenticato da tutti. Così da un trafiletto di 7 righe è venuta fuori una storia bellissima.

Il mito del fotoreporter viaggiatore resiste, perché secondo te? Durerà?

È vero, non capisco perché, ma c’è un sacco di gente che sogna di fare questo mestiere. Forse è la conferma che nessuno percepisce il mondo come totalmente esplorato e che c’è ancora voglia di viaggiare. In realtà è un mestiere durissimo, che si discosta dal mito. La gente si immagina il fotoreporter come uno che gira negli alberghi migliori ed è sempre a cena con l’ambasciatore. Ecco, sfatiamo il mito: non è così. Spesso accade che bisogna fare una fatica straordinaria per portare a casa il lavoro. Ma tutto sommato, lo penso sinceramente, questo è il modo migliore di viaggiare. Il fotoreporter è percepito come un mediatore tra la realtà che ci circonda e chi non ha il tempo, i mezzi, la capacità, la voglia di essere in prima linea. Il fotoreporter è la proiezione degli occhi e delle orecchie del mondo, colui che ancora si spinge in terra incognita.

Dove consigli di andare a un viaggiatore senza mille remore, stupide o legittime che siano, partendo entro i prossimi tre mesi? Ovunque lo portino il cuore, il desiderio e il portafoglio.

Quando si potrà visitare l’Afganistan?

In Afganistan c’è un turismo. C’è un’agenzia canadese che propone viaggi in certe regioni considerate tranquille. Arrivano un centinaio di persone all’anno, e tornano tutti a casa sani e salvi. Io giro tranquillo per Kabul, ma altrove preferisco travestirmi da afgano per sicurezza.

Ci porteresti tua moglie? Sì, ma solo a Kabul, che comincia a essere una città progredita, dove le giovani ragazze cominciano a girare senza burka. Qui i rischi non sono maggiori di quelli di un turista a Napoli, come ben sappiamo. Oggi comunque, la gente ha paura di andare persino in Tunisia. A Gerba sono disperati perché si vive di turismo. Da quando sono successi i disordini, esauriti in poche settimane, non c’è più un italiano. Per fortuna gli inglesi e i francesi continuano ad andare. Comunque, a guardare il sito del ministero degli Esteri no si dovrebbe andare da nessuna parte. Ma allora mettiamo un allarme anche su Napoli!

Per viaggiare ci vuole anche una dose di fatalismo. Dato l’investimento non paga dividendi.

Consigli per viaggiare in modo consapevole e senza disturbare

Più conosci il Paese dove vai – la storia, la politica, gli usi e i costumi, i tabù, le convinzioni sociali – meglio è per te e per il Paese che ti ospita. Si evitano così spiacevoli inconvenienti che spesso si risolvono in gaffe banali e situazioni imbarazzanti; altre volte invece possono causare situazioni pericolose. Non conoscere le abitudini è un fattore limitante per la piena fruibilità di ciò che un Paese ha da offrire a un viaggiatore.

Ancora, per viaggiare è indispensabile la dote dell’umiltà. Mi è capitato più volte di assistere alle reazioni sproporzionate e fuori luogo di miei connazionali davanti a problematiche a dir poco risibili. Soprattutto quando hai la certezza che mai avrebbero osato comportarsi in quel modo a casa loro.

Noi abbiamo un complesso di superiorità, che lascia spazio all’instaurarsi di un subliminale, inconscio razzismo. Poiché siamo di passaggio, ci permettiamo atteggiamenti inaccettabili, e soprattutto non ne va della nostra reputazione (peccato però che ne vada della reputazione della categoria viaggiatori occidentali in generale). Ho visto un tizio fare una sceneggiata a un taxista in Siria perché non gli aveva dato il resto che sarebbe andato a procurarsi (parlo di una cifra pari a mezzo euro!); e ho provato imbarazzo quando un collega che aveva dimenticato i suoi occhiali 200 chilometri indietro e pretendeva che l’autista tornasse a recuperarli. Proprio non si rendeva conto che si trattava solo di uno stupido paio di occhiali…

Viaggiare significa essere altrove, rinunciare alle proprie comodità, essere sempre consapevoli della propria condizione di ospiti. Come quando si entra a casa di sconosciuti: non ci permettiamo di mettere i piedi sul tavolo a casa di estranei e nemmeno di usarne il bagno senza chiedere il permesso.