Ospitalità made in Italy

Esce la guida agli Alberghi diffusi, borghi-hotel dall’accoglienza di charme che promuovono il lifestyle italiano e il turismo sostenibile

L'albergo diffuso Antica dimora del gruccione a Santu Lussurgiu (Oristano). Foto di Gianmario Marras

Una volta tanto, possiamo dire con giusto orgoglio che l’albergo diffuso, esempio di turismo sostenibile e culturale, è nato in Italia. La definizione è stata usata per la prima volta nel 1995 per indicare un hotel non costretto in un unico edificio ma epsanso sul territorio tra antiche dimore ristrutturate, in borghi storici. E anche se ormai tutti ne conoscono l’esistenza, almeno per sentito dire, pochi sanno come e da dove si è sviluppata quest’idea di ospitalità premiata al World Travel Market 2010, la Borsa del Turismo di Londra. Innanzitutto, come dice la parola, sono alberghi, che non si costruiscono ma nascono recuperando case vicine e collegate tra loro da servizi di hôtellerie, dal ristorante, da alcuni spazi da condividere, come caffè, biblioteche, salotti. In meno di vent’anni sono già una cinquantina, soprattutto in Toscana, Marche, Puglia e Sardegna.

In occasione dell’uscita in libreria della prima guida agli Alberghi diffusi pubblicata da Touring Club, l’autrice Teresa Cremona, cofondatrice di thetravelnews.it ed esperta di ospitalità, ha voluto sottolineare il lato umano di queste imprese che nascono sempre da una passione, da un innamoramento per un luogo caro o semplicemente bello, spesso un semi rudere tra le cui macerie uno sguardo sapiente intravvede un castello, con camere, sale e saloni, giardini pieni di ospiti a condividerne il piacere e la meraviglia. Da quella iniziale intuizione comincia un paziente, spesso duro lavoro di recupero di spazi, arredi, tradizioni che ricomposti e sottratti all’abbandono mettono in moto un circolo virtuoso nell’economia e nella salvaguardia del territorio in cui si trovano. Grazie agli alberghi diffusi sono rinate intere borgate fantasma, e di seguito, tradizioni, sapori, stili di vita. Non si dorme in camere, ma in case, i luoghi di accoglienza non si chiamano reception ma salotti e corti, si passeggia nel centro storico anche sotto la pioggia battente, come si abitasse da sempre in quel posto; e anche se per pochi giorni, gli ospiti partecipano alla vita locale, diventano cittadini che frequentano il bar, leggono il quotidiano locale e volentieri scambiano due chiacchiere con gli altri residenti, di passaggio e non. Fare marmellate, degustare formaggi, andar per funghi, girare in bici o a cavallo, camminare per i sentieri, aiuta a creare una comunità attiva che anche solo per un giorno contribuisce allo sviluppo sostenibile del posto in cui si trova occasionalmente riunita.

Sara Magro