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Avventura in Afghanistan

Non torno mai nei luoghi già visitati, è una mia regola ma per l’Afghanistan, dove sono stata la prima volta nell’estate del 2017, l’ho infranta. A distanza di solo un anno, lo scorso agosto, ho deciso di ripetere l’esperienza e rivivere quelle emozioni. Sono così tornata per la seconda volta nel cosiddetto Corridoio del Wakhan, nel Nord-Est del Paese. Non me ne sono pentita: dopo un anno nulla era mutato. Al momento, l’unico modo per raggiungere queste aree è arrivando dal Tagikistan, varcando la frontiera nei pressi di Sultan Ishkashim. Ogni altro percorso è impossibile, data la situazione politica. Questo lembo di terra corrisponde alla “zona cuscinetto” creata nell’Ottocento come risultato del “Grande Gioco”, il conflitto sotterraneo tra Gran Bretagna e Russia per il controllo dell’Asia centrale. Una valle così remota da essere persino risparmiata dalla guerra, con paesaggi immensi e selvaggi e una vita agreste ferma al Medioevo. Gente dai volti antichi, segnati da una vita e da un clima duri, ma sempre pronta ad accoglierti nelle semplici e povere case di fango e pietra.

villaggio Wakhi
Un villaggio Wakhi, nella regione attraversata durante il viaggio

Un mondo arcaico, dove ti assale la sensazione di essere in quell’Altrove che hai sempre cercato. Odori, sapori e visioni da queste parti non sono propriamente delicati, eppure questi luoghi, assorti in un torpido silenzio, sanno accoglierti e piacevolmente avvolgerti. Come al mercato della stessa Sultan Ishkashim. Un teatro di colori, voci, merci, punteggiato dal blu brillante dei burqa femminili, di una tonalità che ricorda i preziosi lapislazzuli afghani, unici al mondo.
Lasciata la cittadina, si percorre interamente, da Ovest a Est, la strada sterrata che corre tortuosa tra i fiumi Panj e Wakhan, a sinistra, e le pendici settentrionali della catena dell’Hindukush, a destra, fino a raggiungere il remoto villaggio di Sarhad-e Broghil. Da qui in poi si procede solo su sentieri da percorrere a piedi o a cavallo. Il panorama è maestoso, con ampie vallate incorniciate da un susseguirsi di montagne, le più alte ammantate di grandi ghiacciai. Da 2.500 anni è la terra dei Wakhi, un popolo cordiale e pacifico. Incontrarli, abbigliati con i loro costumi dai colori vivaci è un’esperienza emozionante, un tuffo in mondo arcaico. La setta sciita ismailita cui appartengono è ancora intrisa di riti sciamanici e non vi è traccia alcuna di fanatismo religioso. Nei loro occhi ho visto la vastità di quelle valli, sui loro volti la calma di un silenzio millenario, lo stesso in cui i piccoli villaggi sono immersi.

Buzkashi
Nel gioco del Buzkashi, una specie di polo arcaico, i giocatori si contendono il corpo di una capra

Una quiete che si interrompe in occasione del Buzkashi, una sorta di polo primitivo, ancestrale. È lo “sport” nazionale afghano – diffuso però in tutta l’Asia Centrale – le cui origini sembrano risalire addirittura alla prima invasione dei Mongoli di Gengis Khan, dal 1219 al 1221. Un’esperienza “forte”, che ci è stata offerta dai Wakhi. Si gioca con il corpo di una povera capra, sgozzata sul campo d’azione pochi attimi prima dell’inizio della partita. Le due squadre si contendono la carcassa, cercando di lanciarla nella “zona punti”. Un compito assai arduo, soprattutto dato il peso dell’animale, che può raggiungere i settanta chili. Uno schema di gioco dalle regole generalmente ben precise, che da queste parti vengono meno. Lo svolgimento è violento, frenetico e imprevedibile, tanto che gli spettatori ai margini del campo rischiano di venire travolti dall’impeto dei cavalieri. Le squadre sono sempre due, ma la verità è che ognuno dei partecipanti gioca per se stesso. Uno specchio della società di questo Paese dimenticato da tutti: così come l’Afghanistan non è mai stato una nazione, per molti afghani il Buzkashi non è mai stato un gioco, ma l’espressione di un modo di vivere. Le mie due esperienze di viaggio nel Corridoio del Wakhan afghano sono state possibili grazie a I Viaggi di Maurizio Levi (www.viaggilevi.com), unico operatore italiano a proporre un viaggio in quella zona, tanto remota da essere al di fuori dei conflitti e tanto pura, forse, da meritarsi la pace.