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Pittsburgh ritratto di una città industriale

Stabilimento National Tube Company, U.S. Steel Corporation, McKeesport, e ponte ferroviario sul fiume Monongahela
Stabilimento National Tube Company, U.S. Steel Corporation, McKeesport, e ponte ferroviario sul fiume Monongahela | Foto di © W. Eugene Smith / Magnum Photos

Una fotografia è «uno strumento di amore  e di rivelazione», che deve «vedere sotto la superficie e registrare l’essenza stessa della natura e dell’umanità presente in tutte le cose». Lo diceva il grande fotografo Ansel Adams, sostenuto da un drappello di colleghi che nel secondo dopoguerra avrebbero dato un determinante contributo al rinnovamento del linguaggio fotografico. Fra questi c’era William Eugene Smith. Nato nel 1918, aveva iniziato a fotografare a 14 anni ispirato dalla madre fotografa, sviluppando rapidamente un profondo senso di empatia nei confronti dei soggetti protagonisti dei suoi scatti. A New York, dopo aver interrotto gli studi universitari, iniziò a collaborare con l’agenzia Black Star e tramite questa con alcune fra le più popolari riviste americane. Sul fronte della Seconda Guerra Mondiale realizzò per la rivista LIFE i suoi memorabili reportage di guerra, fino a quando nel maggio del 1945 a Okinawa, le ferite riportate al volto in seguito all’esplosione di una granata, lo costrinsero a rientrare a casa. Rischiava di perdere la vista, ma dopo due anni di cure riuscì a riprendersi, tornando al lavoro per Life e per l’agenzia Magnum.

«Non ho mai scattato una foto, buona o cattiva, senza che mi provocasse un turbamento emotivo» è una delle sue affermazioni più note. A confermarlo alcuni reportage che hanno fatto la storia del fotogiornalismo come “Country Doctor” del 1948, dedicato al lavoro del dott. Ernest Ceriani nella comunità di Kremmling in Colorado, “Spanish Village” realizzato a Deleitosa e pubblicato sulle pagine di Life, nell’aprile 1951 e “Minnamata” del 1971: un atto d’accusa contro i drammatici effetti dell’inquinamento ambientale da mercurio in un villaggio di pescatori giapponese.

Operaio di un’acciaieria che prepara le bobine / Mill Man Loading Coiled Steel, 1955-1957
Operaio di un’acciaieria che prepara le bobine / Mill Man Loading Coiled Steel, 1955-1957 | Foto di © W. Eugene Smith / Magnum Photos

Compulsivo, ossessionato dal desiderio di perfezione e forse per questo sempre in ritardo nelle consegne, aveva lasciato Life insoddisfatto e contrariato per il modo in cui le sue immagini venivano impaginate, didascalizzate e stampate sulla rivista.

Una ricerca di perfezione che raggiunse il culmine quando nel 1955 gli venne commissionato il lavoro sulla città di Pittsburgh, ora in mostra alla  Fondazione MAST di Bologna.

«L’incarico si trasformò gradualmente nel progetto più ambizioso della sua vita, e poi nel suo fallimento più doloroso. Invece che per un paio di mesi, Smith continuò a fotografare per due o tre anni, rimanendo poi impegnato per il resto della vita in innumerevoli tentativi di produrre, a partire dai quasi 20.000 negativi e 2.000 masterprints, il grande colpo, il libro definitivo su Pittsburgh, la città industriale più famosa del primo Novecento. In questo progetto W. Eugene Smith lottò per rappresentare l’assoluto. Ben lungi dall’accontentarsi di documentare il mondo, si propose di catturare, afferrare, almeno in alcune immagini, niente di meno che l’essenza stessa della vita umana.» scrive Urs Stahel, curatore della mostra, in programma fino al 16 settembre.

Forgiatore / Steelworker, 1955-1957
Forgiatore / Steelworker, 1955-1957 | Foto di © W. Eugene Smith / Magnum Photos

170 stampe vintage provenienti dalla collezione del Carnegie Museum of Art di Pittsburgh sulla città allora capitale dell’acciaio, specchio dell’America industriale e dei suoi sogni di felicità e progresso. Le immagini in mostra al MAST, offrono per la prima volta in Italia un quadro rappresentativo di quello che Eugene Smith considerò il suo lavoro più importante, impegnativo e in realtà mai concluso come affermò egli stesso: «penso che il problema principale sia che non c’è fine ad un soggetto come Pittsburgh e non ci sia modo di portarlo a compimento».

La mostra è curata da Urs Stahel e organizzata dalla Fondazione MAST in collaborazione con Carnegie Museum of Art, Pittsburgh, Pennsylvania.

MAST

via Speranza 42, Bologna fino al 16 settembre 2018 www.mast.org

Ingresso gratuito – Orari di apertura: martedì – domenica dalle 10 alle 19