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Una notte di fuoco

Il corteo dei faùgni. Foto di Maurizio Pancotti
Il corteo dei faùgni. Foto di Maurizio Pancotti

Come diceva Wittgenstein “un’usanza non si inventa” e dove questo accade il nostro inconscio, lo percepisce immediatamente trasmettendoci una sensazione di falsità e di folklore deteriore. Eppure assistiamo di continuo al fiorire di nuove sagre paesane prive di retaggio storico in cui si inventano improbabili pali e tenzoni cavalleresche ispirati da fantasiose quanto ingenue, idee su un Medioevo immaginario e buio popolato da fate, draghi, lupi santi e cavalieri che si fanno faticosamente largo tra l’acre fumo dello gnocco fritto e delle grigliate onnipresenti.

Ad Atri, in Abruzzo, è diverso. Tutti gli anni e a memoria d’uomo, nella notte tra il 7 e l’8 dicembre, si svolge la Notte dei faùgni, un rito autentico e partecipato. Si comincia nel pomeriggio: nella piazza centrale, davanti a Santa Maria Assunta, la bella cattedrale dell’XI secolo, vengono accumulate grandi quantità di legna e fascine. La gente passa, dà un’occhiata, c’è silenzio e i preparativi procedono con grande serietà.

Ogni tanto si sente la banda del paese che prova i brani per la processione; qualche turista scatta foto. Fa freddo e si percepisce un’aria di attesa. I bar e i ristoranti del paese si preparano a ricevere la grande quantità di gente che questa manifestazione attira. Arrivano anche i camioncini della porchetta (quella vera, abruzzese profumata e croccante), e appaiono le gratelle per cuocere gli spiedini di agnello (i deliziosi arrosticini), qualche bancarella di caramelle e artigianato. Tutto si svolge in modo discreto, la loro presenza si percepisce come effetto e non causa dell’avvenimento.

Preparazione del falò. Foto di Maurizio Pancotti
Preparazione del falò. Foto di Maurizio Pancotti

Al tramonto la piazza si riempie: è ora di accendere il falò. L’enorme pira prende fuoco e un calore insostenibile si diffonde in pochi minuti rischiarando le facciate monumentali che la delimitano. Passa una piccola processione condotta dal Vescovo che benedice le fiamme suggellando il legame antico fra religione e riti pagani. Si celebra il fuoco come forza vitale, nella speranza di rigenerarsi dalle ceneri del passato.

Accensione dei faùgni nel falò. Foto di Maurizio Pancotti
Accensione dei faùgni nel falò. Foto di Maurizio Pancotti

È un rito antico, già presente ai tempi dei Romani. Lo stesso nome – faùgni – parrebbe derivare da Fauni ignis, il fuoco del faùno, creatura misteriosa, legame di terra e cielo, piedi da bestia e tronco da uomo-dio che con il flauto di canne diffonde musica sensuale e inneggia alla vita.

Mancano poche ore, l’attesa si fa fremente. Presto i faùgni, quei lunghi fasci di canne secche somiglianti alle asce bipenne dei pretoriani romani, verranno accesi sulle braci del falò che andrà avanti tutta la notte. Si cena in famiglia, con i piatti della tradizione: le scrippelle, ovvero crêpes arrotolate ripiene di formaggio servite in brodo di carne, il timballo, risposta abruzzese delle lasagne, e tante altre cose buone. I giovani lasciano presto la tavola, per precipitarsi in centro, dove le strade sono già piene di “forestieri”. I bar servono birra a fiumi e caffè per stare svegli, c’è musica in ogni angolo e di ogni genere. Qualcuno balla, e guizza un’energia catartica.

Il concerto più importante è davanti al Municipio. L’amministrazione ha fatto le cose in grande e non solo stavolta: sul palco suonano i Modena City Ramblers, kilt e flauti irlandesi, “O bella ciao” e altri successi. Si canta e si poga fino alle tre del mattino. Il sindaco Gabriele Astolfi gira per le strade, saluta, parla con i concittadini, offre da bere, intrattiene gli ospiti e controlla che tutto fili liscio: «In queste situazioni di folla, potrebbe succedere sempre qualcosa, ma grazie al cielo, e all’organizzazione efficiente, di solito non succede».

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La stanchezza comincia a farsi sentire, mancano due ore. Il tono scende un po’ ma ben presto risale: alle cinque, tutti gli atriani sono attorno alle braci del falò che ha perso energia e di colpo, ognuno ha in mano il suo faùgno. È una visione impressionante: uomini, giovani, anziani, qualche donna, innalzano una selva di canne, le battono ritmicamente per terra, sembra l’attesa prima dello scontro, una visione da sogno che ricorda “La battaglia di San Romano” di Paolo Uccello. Poi il segnale: i faùgni vengono accesi su quel che resta del fuoco e, preceduti dalla banda a passo veloce, quasi di corsa, si comincia il giro della città in doppia fila indiana. C’è fumo e c’è chiasso, molti usano picchiare sulle porte chiuse e lo fanno con forza quasi a dare un allarme: “Uscite, uscite!”,  fuori c’è la vita e bisogna conquistarsela. I faùgni vengono strisciati per terra e lasciano scie di tizzoni al calore rosso che sembrano indicare il cammino, un invito a seguire il corteo. Il corteo si divide in due rami senza apparente motivo, come fosse una strategia di guerra.

Anch’io ho in mano un faùgno e mi sento bene, mi dà una sensazione di appartenenza. Scatto foto, e se mi fermo mi spintonano. Non c’è violenza, sono io fuori luogo. Si fatica a respirare a causa del fumo e gli occhi lacrimano; è naturale, fa parte del rito, si deve seguire la corrente. Non so dove sto andando, ma seguo, e alla fine vedo di nuovo la piazza dove tutto ha avuto inizio. Il falò langue, ma si riprende perché ognuno vi getta quel che resta del bastone infuocato e così il cerchio si chiude: la vita che dà la vita alla vita.