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Bologna dalla A alla Z (Parte I)

Piccola guida di Bologna dalla “A” alla “Z”. E alla lettera “F” scoprite di più su FICo, Fabbrica Italiana Contadina, l’importante novità dell’autunno bolognese, che apre le porte al pubblico il 15 novembre. L’occasione giusta per andare alla scoperta di una delle città più affascinanti d’Italia.

Prima parte: A-H.

Archiginnasio. Un palazzo bellissimo e solenne con una facciata lunga 140 metri lungo la quale si rincorrono 30 archi di portici poggiati su 31 colonne doriche di macigno. Fu fatto costruire come sede dello Studio universitario dal Cardinale Borromeo e fino al 1803 questo edificio, uno dei più significativi della città, fu sede dell’ateneo bolognese. I lavori di costruzione furono completati in soli 17 mesi, dalla primavera del 1562 all’autunno del 1563. Come scrive Carlo Colitta, esperto di storia e arte bolognese, «motivo di tanta solerzia (…) è da ricercarsi nella volontà del Pontefice (…) di precludere con questa fabbrica la realizzazione dell’ambizioso progetto di ingrandimento della Basilica dedicata al Santo Petronio la quale (…) avrebbe dovuto avere forma di croce latina con lunghezza di metri 224,40 e metri 158 doveva essere l’apertura del transetto (…). Se portata a compimento quest’opera avrebbe tolto alla Basilica di S. Pietro in Roma il primato di chiesa cristiana più grande del mondo, almeno nelle dimensioni». All’interno dell’Archiginnasio c’è un “gioiello”: il Teatro anatomico, portato a termine nel XVIII secolo, realizzato interamente in legno e ornato con le statue dei grandi medici dell’antichità e dello Studio universitario. Qui si adunavano le accademie di anatomia e si sezionavano pubblicamente i cadaveri, quasi sempre di giustiziati. Ha scritto Umberto Beseghi, studioso di cose bolognesi: «Erano singolari e macabre feste alle quali intervenivano magnati dello Stato, della religione e dello Studio, professori e scolari, gentiluomini e anche dame che, prese da morbosa curiosità, scrutavano il misero corpo di una giustiziato o di un ignoto finito nei vicini opedali di Santa Maria della Morte, sezionato da un magno dottore in robbone e parrucca. Qualcuna gemeva e sveniva, ma anche questa emozione era ricercata come qualcosa di piccante e di eccezionale, i posti erano contesi, pur di avere il vanto di assistere a una anatomia. E poiché queste pubbliche esibizioni si svolgevano in Carnevale, intervenivano anche persone mascherate, accentuando il contrasto di gaiezza e di morte».

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Burattini. Ovvero Balanzone, Fagiolino e Sganapino. Il primo si è affermato come maschera sui palchi della Commedia dell’Arte e solo in seguito è approdato al mondo dei burattini, mentre gli altri due hanno debuttato proprio nel Puppet Theatre. Secondo alcuni storici il nome di Balanzone deriva dall’andatura ballonzolante che il personaggio aveva quando si muoveva sulle scene. Carlo Gaspare Sarri, nel suo volume “Il teatro dialettale”, trova invece più attendibile che il nome derivi da “balanza”, ossia bilancia, il simbolo della Giustizia, visto che Balanzone, oltre a esibirsi come medico, notaio, accademico era anche un avvocaticchio dalla parlantina esorbitante ma priva di contenuti. Fagiolino personifica invece il monello dei bassifondi della Bologna ottocentesca, sempre affamato: non a caso in molti ritengono che il suo nome derivi da fagiolo, il cibo per eccellenza dei poveri. Infine Sganapino, la spalla di Fagiolino, deve il suo appellativo a una storpiatura del termine dialettale “canapia” (naso lungo) o all’antico termine “sganapèr” (mangiare voracemente). Durante la stagione estiva si può assistere alle “avventure” di questi e altri simpatici puppet bolognesi, come Flemma e Isabella, nella Corte d’Onore di Palazzo Accursio, in Piazza Maggiore (www.burattinidiriccardo.it).

Cineteca. Nata il 18 maggio 1962 è un fiore all’occhiello della città. Tra gli obiettivi, la conservazione dei film e il restauro del patrimonio cinematografico, attività per la quale la Cineteca è riconosciuta internazionalmente. Molto importanti anche l’Archivio dei film, che conserva più di 46.000 pellicole cinematografiche, e la Biblioteca Renzo Renzi, dedicata all’illustre scrittore e critico cinematografico, con circa 20.000 volumi di argomento cinematografico, 2.500 libri di fotografia, 2.000 testi di grafica e fumetto e un migliaio di testate specializzate. Fra le più importanti rassegne curate dalla Cineteca, il “Cinema ritrovato” e “Sotto le stelle del cinema” che, durante l’estate, si svolgono all’aperto nel suggestivo scenario di Piazza Maggiore (vedi la voce “P”).

Due Torri. Simbolo per antonomasia della città, la Torre degli Asinelli ( 97,20 metri ) e la Garisenda (48 metri), pendente e mozza (fu abbassata a metà del XIV secolo per un cedimento del terreno), furono edificate nel XII secolo per volere di nobili ghibellini. Dalla cima della prima, raggiungibile salendo 498 gradini (entrata 5 euro, ridotto 3) si gode uno splendido panorama a 360 gradi comprendendo bene la struttura di Bologna, «una vecchia signora dai fianchi un po’ molli col seno sul piano padano e il culo sui colli», come canta Francesco Guccini. Oltre alle Due torri ce ne sono ben poche rimaste, ma in tempi medievali erano così tante (almeno un centinaio) da far apparire la città come una sorta di foresta pietrificata. Tra le 20 torri gentilizie superstiti, si possono citare l’Azzoguidi (61 metri), la Prendiparte (59,50 metri), la Torre dei Galluzzi (30 metri) affacciata sull’omonina corte, Torre Uguzzoni (32 metri), Torre dei Toschi (26 metri), Torre dei Carrari ( 22 metri), Torre degli Agresti (20 m), Torre Alberici (27 m).

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Escursioni. Imperdibile quella al Santuario della Madonna di San Luca, situato sul colle della Guardia che si eleva a sudovest del centro storico. La chiesa attuale venne realizzata tra il 1723 e il 1757 sotto la guida di Carlo Francesco Dotti, ma in realtà in questo luogo già nel 1160 esisteva un eremo di preghiera, fondato da Azzolina e Bice di Gherardo di Guezo che abbandonarono gli agi della loro casa per salire sul monte. Come scrive Umberto Beseghi, «portavano con loro una immagine della Madonna col bambino dipinta su una tavola (…). La leggenda vuole fosse opera dell’evangelista Luca passata dall’Asia a Bisanzio e di qui trafugata e portata a Bologna da un pellegrino greco». Sta di fatto che quel bellissimo viso dai tratti orientali e dai grandi occhi neri ancora oggi è oggetto di grande venerazione: una volta all’anno, fin dal 1433, durante la settimana dell’Ascensione si svolge una processione che conduce la Madonna col bambino alla Cattedrale di San Pietro in città, dove rimane una settimana prima di essere accompagnata nuovamente sul Colle della Guardia. Per consentire ai pellegrini di raggiungere facilmente a piedi il Santuario, a partire dal 1655 iniziò la costruzione di un portico di 3,796 km, il più lungo del mondo (del resto, Bologna è la città dei portici: 38 km solo nel centro storico).

Fico. Un po’ Disenyland, un po’ mall, un po’ airport duty free, un po’ vecchia fattoria, un po’ mercato rionale, un po’ vetrina di eccellenze enogastronomiche, un po’ cittadella della scienza: FICo Eatalyworld, ovvero Fabbrica Italiana Contadina, grande novità bolognese e italiana, in realtà non è solo la somma delle sue parti, ma molto di più. Si tratta infatti del parco agroalimentare più grande del mondo, una struttura ambiziosa e avveniristica, progettata dall’architetto Thomas Bartoli, che in un’area di ben 100.000 mq, percorribile a piedi o in bicicletta, racchiude tutta la meraviglia della biodiversità italiana raccontata ai visitatori attraverso 2 ettari di campi e stalle all’aria aperta (ci sono 200 animali e c’è anche la tartufaia con tanto di dimostrazione di ricerca della trifola) e 8 ettari coperti che ospitano 40 fabbriche agroalimentari, più di 40 luoghi di ristoro, botteghe, bistrot, chioschi di street food, aree per lo sport e i bambini, 6 aule didattiche, 6 grandi “giostre” educative (dedicate all’uomo e al suo rapporto con il fuoco, gli animali, la Terra, il mare, il vino, l’olio e la birra, cioè i tre principali liquidi da lui creati, il futuro). In questo vero e proprio trionfo del meglio dell’italianità (anche il cocktail bar serve solo drink preparati con alcolici “made in Italy”, a cominciare dai più di 100 gin prodotti nel nostro Paese). Non mancano negozi di cibo e strumenti da cucina, teatro, cinema, centro congressi e una fondazione con 4 università. Molto interessanti anche le attività didattiche dedicate ai bambini e ai ragazzi delle scuole che consentono loro di conoscere e approfondire le principali filiere del cibo e le tradizioni del mondo contadino italiano. Per gli adulti c’è invece il Fico Gran Tour, accompagnati dagli Ambasciatori della biodiversità, oppure le cosiddette “esperienze” che consentono di mettere le mani in pasta. A cominciare, naturalmente, dal corso base per fare la sfoglia, ma senza dimenticare lezioni sul Parmigiano Reggiano, il formaggio, il lievito madre, il suino nero e il taglio dei salumi, il riso, il sorbetto, i confetti di Sulmona… E persino le api, importanti indicatori dello stato ambientale: sotto la guida degli apicoltori di Conapi si impara come si raccolgono miele, polline, cera, pappa reale, propoli e come ci si prende cura di questi insetti e del loro sviluppo. Per pianificare e acquistare le esperienze: www.eatalyworld.it.

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Gelato Museum Carpigiani. Un museo delicato a questa fresca dolcezza creato dalla Carpigiani, azienda produttrice di macchine per gelato artigianale, famosa in tutto il mondo. All’interno dello spazio espositivo di oltre 1.000 metri quadrati, che si trova ad Anzola dell’Emilia, una ventina di km dalla città, c’è un percorso interattivo dove trovano spazio 20 macchine originali, postazioni multimediali, 10.000 fotografie e documenti storici, strumenti e accessori d’epoca che illustrano la storia dei gelato dai primi dessert freddi preparati con la neve alle ricette rinascimentali.

Hilbe Anna. L’ideatrice di Libri Liberi, una libreria dove saggi e romanzi non si acquistano ma si prendono o si portano. «Volevo che la cultura tornasse a circolare, al di là delle leggi del mercato», spiega Anna. Detto fatto: sull’esempio di iniziative simili sorte all’estero, ha dato vita a un progetto che sopravvive grazie alle donazioni di chi deve disfarsi di un libro, ma vuole che le pagine scritte continuino a essere lette da altre persone. La piccola libreria, in via San Petronio Vecchio 57, è frequentata da studenti, pensionati e turisti che devono sottostare a un’unica regola: non portare via più di tre libri per volta.