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Visita virtuale al museo YSL di Marrakech

Musee YSL Marrakech

Siamo stati a Marrakech e abbiamo visitato il museo ancora chiuso al pubblico. La mostra è già allestita, i vestiti sono sui manichini neri, audio e video funzionano. Tutto è pronto per il 19 ottobre, grand opening del museo sognato da Yves Saint Laurent e realizzato dal suo compagno Pierre Bergé, che però è morto l’8 settembre, pochi giorni prima dell’inaugurazione. Ad accompagnarci in questo tour c’è Quito Fierro, amico caro di Saint Laurent e Berger e presidente della Fondazione a loro intitolata. Chi meglio di lui, che è cresciuto con loro dal 1968, poteva raccontare come è nato e cosa significa questo progetto storico nel mondo della moda?

Il nuovo museo di Marrakech non solo celebra il grande couturier ma è un omaggio alla città, che fu per lui una fonte di ispirazione continua come disse nel 1983: «I realised that the range of colours I use was that of the zelliges, zouacs, djellabas and caftans. The boldness seen since then in my work, I owe to this country, to its forceful harmonies, to its audacious combinations, to the fervour of its creativity. This culture became mine, but I wasn’t satisfied with absorbing it; I took, transformed and adapted it».

Saint Laurent era una persona molto timida ma ben consapevole del suo valore, e pensava di meritare un museo per la sua opera; d’altra parte Bergé intendeva realizzare il sogno del suo compagno, e invece di uno, ha pensato di inaugurare simultaneamente due musei per sviscerarne il lavoro: quello di Marrakech per esplorare le fonti d’ispirazione, e uno Parigi, che apre il 3 ottobre negli uffici storici, sul processo creativo. E ora che entrambi i fondatori della Maison YSL non ci sono più, i due musei celebrano e ne raccontano il ruolo nella rivoluzione dei costumi e nella  definizione dell’eleganza così come la intendiamo ancora oggi.

Il museo occupa 4.000 metri quadrati ed è stato progettato dallo Studio KO di Olivier Marty e Karl Fournier, due giovani architetti che hanno già firmato lavori in Marocco, Europa e Stati Uniti. La facciata è un’intersezione di piani, parallelepipedi e cilindri, con muri a vista che evocano cuciture e trame dei tessuti, e il rosa per inserirsi nel contesto cromatico della città. A guardare bene la facciata, con quella scritta in ottone lucido, si vede che gli Marty e Fournier hanno trascorso molto tempo a studiare negli archivi della Maison e che hanno saputo tradurne in edificio la grazia e l’eleganza. All’interno, altri architetti hanno giocato con luci e colori per definire gli spazi, cercando di conferire a ciascuno bellezza compiuta, di nuovo evocando un capo d’alta moda. Quattrocento metri quadrati sono stati allestiti dallo scenografo Christophe Martin per mostrare il lavoro di Yves Saint Laurent nelle sue molteplici sfaccettature. Ma l’interno è articolato, tra finestre colorate, boiserie in legno di cedro, sale total black o, al contrario, tutte finestre che compongono l’insieme da esplorare dedicandovi tempo e curiosità. L’auditorium intitolato ha 150 posti e un’acustica perfetta. Di giorno è parte della mostra con i video delle sfilate, tra cui l’ultima firmata da Saint Laurent, al Centre Pompidou nel 2002, e le interviste famose allo stilista, mentre la sera riapre come spazio per conferenze e concerti. Il bookshop con libri e oggetti che appartengono al mondo YSL è nelle tonalità del nero e sangue di bue, come il famoso profumo Opium, mentre la biblioteca con 6000 volumi divisi in quattro macro argomenti è accessibile solo su appuntamento per studi, letture e scritture su YSL. «Questo spazio nel suo insieme vuole essere un piccolo centro culturale più che un museo, quindi un luogo dinamico, in relazione con Marrakech, mai avulso», dice Quito Fierro.

La mostra di apertura è stata curata da Pierre Bergé in persona, che solo qualche settimana prima di morire era a Marrakech per decidere gli abiti da esporre per l’inaugurazione alla quale doveva essere presente insieme a Pinault e altri notabili dell’alta moda. Un manichino con un abito della Mondrian Collection del 1965 dà l’avvio allo show virtuale, una sfilata immaginaria e immobile che ripercorre la storia della Maison: 50 capi raggruppati secondo i temi cari a Saint Laurent: smoking unisex, omaggio agli artisti, scoperta dell’Africa, i giardini, l’arte. Chi sfila in questo caso è il visitatore, al centro tra spalti di outfit con scarpe e accessori, portabili e desiderabili a più di mezzo secolo di distanza. A completare l’emozione di questo viaggio nella moda più sofisticata del XX secolo, suona la musica delle sfilate, dal Bolero di Ravel ai Rolling Stones, si ascolta lo stilista che risponde alle interviste, e sui muri scorrono proiezioni disegni e immagini che hanno ispirato gli abiti.

Dalla fondazione di Parigi, a Marrakech sono arrivati 1000 vestiti e accessori, scelti uno per uno da Pierre Bergé. Alcuni sono esposti, gli altri sono conservati in ambienti predisposti per mantenere umidità e temperatura, soprattutto considerando le forti variazioni tra giorno e notte in Marocco, e il nuovo museo è l’unico che ne è dotato nel Paese. «Per tecnologia potrebbe essere un Museo della Moda in centro a Parigi», dice Quito Fierro. «D’altra parte, la Fondazione non ci avrebbe mai concesso la collezione senza i requisiti necessari per conservarla adeguatamente».

Anche Villa Oasis, la dimora disegnata da Jacques Majorelle e abitata fino allo scorso agosto da Berger si può visitare, ma solo con tour privati (per il gruppo 2400 €, inclusi museo e Jardin Majorelle). La villa non è grande, ha solo due camere da letto, per Yves e Pierre, ma ha in compenso un grande e bellissimo giardino di piante grasse, pensato per non sprecare acqua. Luogo di party sfrenati, serate tranquille con gli amici intimi, e altrettanto eremo di solitudine assoluta per giorni e giorni. Saint Laurent soffriva spesso di cattivo umore, e aveva bisogno di chiudersi nel suo mondo che sempre più spesso era quello compreso tra le mura alte di Villa Oasis. Da una porta quasi segreta, si accede al giardino Majorelle, che al contrario è sempre affollato essendo l’attrazione più visitata non di Marrakech ma di tutto il Marocco. E Fierro ha buone ragioni per supporre che lo stesso sarà per il museo accanto.