Europe

Il bello del viaggio in van

14915579_1475741842453376_4360965663936607639_n

Testo di Sara Magro foto di Giuli&Giordi

Dopo tre anni di lavoro e impegni, Giordano Garosio e Giulia Tibaldi, entrambi fotografi, decidono che è ora di una vacanza con le loro bambine, Agnese, tre anni, e Frida, un anno e mezzo. Caricano il vecchio Volkswagen attrezzato, e partono per due mesi e mezzo per il sud d’Europa. Il furgoncino è piccolo, ma l’indispensabile ci sta: quattro letti, un microbagno di 30x30cm, pannello solare per luce e ricarica dei telefoni, serbatoio di acqua per cucinare, sacca per farsi una doccia calda all’occorrenza, portabici.

15134526_1407704105914230_13526057370564815_n

«Il bello di viaggiare in van è che sei libero di andare dove vuoi e stare dove vuoi, senza il vincolo di una casa, un hotel, un campeggio. La cosa importante è che quando ripartiamo, non deve restare traccia del nostro passaggio. Amiamo la natura, la rispettiamo e vogliamo trasmetterlo alle nostre figlie in pratica», spiega Giordi.

L’itinerario è stato studiato solo a grandi linee: Sardegna, una tappa veloce in Provenza per andare a trovare degli amici, poi Spagna e Portogallo. «Cercavamo posti dal clima mite, dove si potesse stare all’aperto, essendo il furgone molto . Un paio di anni fa siamo stati nel Nord Europa, 40 giorni tra Danimarca, Svezia, Germania, Repubblica Ceca, Austria. Faceva freddissimo, ma allora eravamo in camper, dove c’è più spazio vitale, ci fermavamo nelle città, e ci riscaldavamo in musei e caffè».

Stavolta invece la priorità era camminare, passeggiare, andare in bici, stare a contatto con la natura insomma. «Avevamo bisogno di staccare la spina, di non mettere la sveglia al mattino. Non che ce ne fosse bisogno con due bambine piccole arzille già alle 7 – scherza Giordi – ma almeno seguivamo un ritmo spontaneo».

15304650_1420639357954038_6949976926419801672_o

Quando si parte per vacanze come queste, con bambini piccoli, più che l’itinerario, si deve valutare cosa portare, considerati gli scarsi metri quadrati disponibili! «Sembra tutto indispensabile al momento della partenza, ma non è così. Invece basta un po’ di furbizia: per esempio, invece di 50 libri, è meglio un kindle che contiene la biblioteca per tutta la famiglia». Sull’itinerario invece si può essere easy. A parte le soste imprescindibili per svuotare il bagno o far rifornimento d’acqua nelle aree attrezzate (2-3 €; sono segnalate su siti ad hoc per tutta Europa), ci si ferma dove piace, possibilmente vicino ad altri camperisti per maggior sicurezza reciproca, soprattutto fuori stagione, quando si è in pochi.

15156876_1407703639247610_3649248687800228251_o

Il pro di viaggiare fuori stagione è trovare i luoghi vuoti, anche i più turistici, tutti per sé, come Cala Golorizzè, in Sardegna, che d’estate è un formicaio, mentre il resto dell’anno è un posto incantevole dove si arriva a piedi, passeggiando per un paio d’ore nella macchia mediterranea. Giordi però aveva un’altra meta: Ulassai, in Ogliastra, il ritrovo dei climber d’Europa. «Ci siamo fermati quattro giorni, ho arrampicato e l’ho fatto provare ad Agnese, la maggiore», racconta. «E all’ostello per climber del paese (Nannai; www.climbingulassai.com, doppia 60 €) abbiamo fatto doccia calda e bucato in cambio di un servizio fotografico. Spesso si creano situazioni amichevoli, e ci si viene incontro come si può».

A volte invece capita qualche intoppo. Se si rompe il furgone, come è accaduto a Oristano, si ricorre ai gruppi di Facebook (per esempio xxxxxx) per trovare velocemente l’officina più vicina e una sistemazione per la notte, altrimenti c’è sempre l’infallibile airbnb. «Si vive alla giornata. Grazie all’imprevisto, abbiamo scoperto la città punico-fenicia di Tharros, e lo stagno dei fenicotteri rosa, con grande stupore delle bimbe».

Sistemato il guasto, si prosegue per Alghero, e per la Francia in traghetto fino a Marsiglia. Un paio di soste da amici a Montpellier e ad Arles, in Provenza, poi Barcellona.

15259344_1420639514620689_4373326812128921690_o

«Se il tragitto è lungo, viaggiamo quando le bambine vanno a nanna. Gli mettiamo una fiaba sonora sull’mp3, loro si addormentano, e noi guidiamo fino alla tappa successiva, così l’indomani siamo già sul posto, e abbiamo la giornata davanti», dice mamma Giulia. «Di giorno facciamo spostamenti brevi, sennò si annoiano, e le intratteniamo cantando, raccontando storie, e facendo soste, anche lampo, in un parchetto o in un’area giochi».

A Barcellona il parcheggio sorvegliato è d’obbligo, per evitare lo svaligiamento assicurato. Non è un granché rinchiudersi in una cittadella di cemento, d’altra parte saltare Barcellona è un peccato: i bambini si divertono da pazzi nelle case strambe di Gaudì e al museo CosmoCaixa (Carrer d’Isaac Newton, 26), dove fanno gli esperimenti e possono toccare tutto. Altra tappa urbana è Bilbao, con il museo Guggenheim che sembra un giocattolo rotto, e il ponte di Calatrava che vola sinuoso sul fiume Nervion. Giulia voleva mostrare alla sua famiglia dove aveva fatto l’Erasmus e la tesi di laurea, e dopo otto anni, ha trovato una città ancora più moderna, con ancora più grattacieli, diversa dal resto di Spagna. Toccata e fuga però, perché, non dimentichiamo che la mission dei Garosio è stare nella natura. Il mare e le scogliere sono vicini, e basta prendere le strade secondarie verso San Sebastian per scoprire i piccoli borghi dei Paesi Baschi, come Sopelana. «In questa zona, fuori stagione, si incontrano solo surfisti olandesi, tedeschi, danesi, gente che come noi vive in modo spartano, e cerca avventure. Tutt’altra atmosfera rispetto all’estate, quando aprono le scuole di surf per i ragazzini».

15156767_1407704259247548_6847832682048986328_o

Per decidere dove fermarsi, Giordi e Giuli usano sempre meno le guide turistiche, e sempre più i social network: «Partiamo da indicazioni molto generiche su Pinterest, tipo “Pays Basque, best places”. Poi una volta individuato il posto in base alla foto, restringiamo la ricerca su ristoranti, negozi e tips con gli hashtag su Instagram. Così, abbiamo scoperto per esempio Praia das Catedrais, in Galizia, che appare e scompare con la marea. Un posto magico che sulle solite guide non è nemmeno citato».

Dopo una breve sosta a Santiago de Compostela, si fermano una settimana a Peneda, un parco naturale al confine tra Spagna e Portogallo. Le bambine sono felici, ma il papà, che ama la vita all’aperto e gli sport, lo è pure di più.

15110911_1407704049247569_7194492901750164153_o

Il Portogallo è un paese bucolico e antico, anche nelle città grandi. «A Porto abbiamo fatto i turisti. Agnese e Frida si incantavano a guardare i tram e le barche sul fiume, cose semplici che piacciono ai bambini». Alla foce del Douro, vicino alla città, c’è un parcheggio gratuito, e da lì si va in bici fino al centro, oppure a zonzo cercando un ristorantino dove mangiare per pochi euro, un piatto di sardine giganti. «Pedalando a caso siamo arrivati a São Pedro da Afurada, un posto surreale, dove le donne fanno ancora il bucato e pure lo stendono al lavatoio comune», racconta Giulia divertita. In qualunque posto andassero, non c’era in giro nessuno. Al monastero di Batalha, hanno giocato a nascondino nel labirinto di siepi, e hanno corso, ma forse questo non si dovrebbe dire, nelle navate deserte della chiesa medievale. Davanti al Palacio da Pena di Sintra invece Agnese e Frida sono rimaste a bocca aperta: è uguale a quelli delle fiabe, tutto colorato con gli smerli, e persino il rifugio delle anatre sul laghetto è un castello in miniatura, con tante porticine, dove ovviamente le bimbe hanno provato a infilarsi. In viaggio, la piccola Frida ha anche imparato a camminare. È successo vicino a Cabo da Roca, e mentre Frida faceva i primi passi, mamma e papà spiegavano cos’è, come funziona e a cosa serve un faro. Ogni piccola cosa è un indizio per fargli conoscere e scoprire il mondo. E così via scendendo lungo la costa, fino a Peniche, altro spot per surfisti nordici, anche loro col furgone sulla spiaggia, e i bambini e i cani.

15181286_1407704159247558_5621954879857082418_n

Due mesi e mezzo sono tanti, ci si abitua a stare fuori, a correre, a raccogliere sassi e conchiglie, a conquistare piccole libertà. «La routine c’è comunque con i bambini piccoli, ma i ritmi sono rilassati. Spesso alle 6.30 avevamo già finito di cenare, io leggevo un libro alle bimbe, e Giordi andava in paese a bere una birra. È un’esperienza positiva, che ha ricaricato noi, e divertito un sacco le nostre figlie». Da ripetere? «Senz’altro sì. Prossimamente andremo qualche giorno a Meteora, in Grecia, dove si arrampica e si fa high line. Invece, la prossima volta andremo forse in Gran Bretagna e Irlanda, oppure in Scandinavia, risalendo Svezia, Norvegia, Finlandia fino a Capo Nord. Tutti itinerari semplici, con i punti di rifornimento ben segnalati sui siti e l’assicurazione che copre in tutta Europa. Un’altra cosa è fare la Panamericana dall’Ecuador alla Patagonia, dove devi spedire il furgone, fare assicurazioni integrative, viaggiare spesso senza coordiante precise. Per ora è un sogno nel cassetto, ma sono sicura che lo faremo». Quando? «Bè intanto aspettiamo che arrivi il terzo pupo. Sono al quinto mese: è figlio del nostro girovagare per il Sud d’Europa, e se buon sangue non mente saremo presto on the road again».