Incoronati in Val d’Anniviers

Sport e tradizione al cospetto della Couronne Imperiale: cinque gemme oltre i “quattomila” affacciate su un eden alpino

di Laura Ferrari K.

Annunciato dal tipico clacson a tre suoni, l’Autopostale sbuca da un tornante e ci viene incontro sulla stretta carreggiata che conduce a Saint-Luc. L’andatura risoluta della diligenza gialla impone di cedergli il passo (si muove in discesa ma esercita un suo elvetico diritto di precedenza). Fermarsi, arretrare, prestare attenzione alle pareti scoscese e non ostacolare il pubblico transito locale. Sono le prime cose che impariamo in Val d’Anniviers, dove scopriamo si può trarre grande beneficio assecondando tempi e modi di un territorio che ha mantenuto la propria integrità.

Siamo tra i colossi delle Alpi Occidentali, sovrastati da cime che hanno scritto capitoli leggendari di storia dell’alpinismo di fine Ottocento, indifferente cornice alle vallate che si irradiano da quella che i Romani chiamavano Vallis Poenina, dove il Rodano traccia il decumano del cantone svizzero del Vallese. Qui, nel distretto di Sierre, una successione di cinque cime oltre i 4000 metri (Weisshorn, Zinalrothorn, Obergabelhorn, Cervino e Dent Blanche) compone la Corona Imperiale, il superbo anfiteatro che domina la Val d’Anniviers.

Quando si abbandona il piattello al culmine dello ski-lift Bella Tola, a 2965 metri d’altitudine (supera di qualche decina di metri la sommità della Plaine-Morte, a Crans-Montana), l’incanto è assoluto: la Couronne Imperiale dispiega innanzi a noi le sue gemme granitiche. Il silenzio per qualche istante ha il sopravvento, prima di avviarsi lungo il pendio della Prestige, una della piste più belle del comprensorio.
Non stupitevi se non ne avete mai sentito parlare. Più defilate nella hall of fame delle località alpine vallesane, schiacciate dai giganti incastonati nelle valli adiacenti, quali Zermatt e Saas-Fee, i villaggi della Val d’Anniviers hanno mantenuto una dimensione a misura d’uomo, senza rinunciare a offrire un’ampia scelta di opportunità sportive. Lo testimoniano i 45 impianti con 220 chilometri di piste (accessibili con un unico skipass), nei tre comprensori di Grimentz-Zinal, Saint-Luc/Chandolin e Vercorin.
Ci sono snow park e aree ski cross a Grimentz, la stazione con un carattere più rivolto a famiglie e giovanissimi. E poi le “Gardes de Bordon”, con oltre 100 ettari di fuori pista per adrenalinici freerider, la scuola di parapendio e 19 chilometri di piste da fondo a Zinal, per i più sportivi. Ci sono nuovi impianti come la seggiovia inaugurata quest’anno a Saint-Luc, la Forêt (una portata di 1.600 persone all’ora) che si affiancano a ski-lift più vintage, come il citato Bella Tola, costruito nei primi anni ‘80. E poi la funicolare di Saint-Luc, che corre su rotaie sopraelevate e la nuova funivia che collega le aree sciistiche di Grimentz e Zinal: con i suoi 3.500 metri di percorso è la terza più lunga della Svizzera e schiude al suo arrivo il panorama sulla valle che si dirama da Sierre, al cospetto del Weisshorn (4.506 metri).
E anche negli inverni miti, qui dove le piste si snodano tra i 2.500 e i 3.000 metri, la neve non manca mai. Persino il nome della valle evoca quella coltre bianca: si dice che Anniviers provenga dal latino ad nives (delle nevi).

Sci, ma non solo. Da novembre a marzo, ad esempio, è possibile visitare la grotta nel ghiacciaio di Zinal, raggiungibile marciando con le racchette da neve e accompagnati da una guida. L’escursione dura qualche ora e conduce a una volta di ghiaccio scolpita all’interno della montagna, verso un antro che sprigiona opalescenze azzurrognole vecchie di diverse centinaia di anni. Sulle piste di Tignousa (sopra Saint-Luc), invece, c’è l’osservatorio Francois-Xavier Bagnoud, che organizza serate ed escursioni astronomiche a tema. In particolare, il panoramico Sentiero dei Pianeti, accessibile anche in inverno, permette di raggiungere l’osservatorio camminando “attraverso il sistema solare”, dove ogni passo corrisponde a un milione di chilometri.

Siano anni luce o pochi secondi di una discesa a perdifiato, a ciascuno il suo tempo. Quello dei villaggi era scandito dalle stagioni. Prima di diventare destinazioni turistiche, i paesi della Val d’Anniviers (e delle limitrofe Val d’Hérens e Turtmanntal) erano le ‘basi’ dei pastori che in estate salivano verso gli alpeggi e il luogo dove trascorrevano l’inverno con le proprie famiglie. Ma nelle stagioni intermedie il popolo delle montagne migrava a valle, intorno alla vicina Sierre: in primavera per potare le viti, in autunno per la vendemmia. Un nomadismo che ha visto per secoli incamminarsi interi villaggi attraverso sentieri scoscesi, al seguito di un’economia rurale divisa tra pascoli e vigneti. Quegli sforzi hanno permesso di conservare due tesori che si sono impreziositi col tempo: i forti bovini della razza di Hérens, le cui femmine sono protagoniste dei celebri “Combats des reines” (in francese, battaglie delle regine); i vini della regione di Sierre/Salgesch, raccontati nel Museo del Vino del Castello di Villa e nelle numerose cantine della zona.

Ma non tutta l’uva raccolta nei vigneti intorno a Sierre (in Vallese vi sono filari che crescono fino a 1’150 metri, come l’Heida di Visperterminen) finisce nei tini a fondo valle. Secondo una tradizione che risale al XIII secolo l’uva coltivata lungo il corso del Rodano, dopo la vendemmia, seguiva la transumanza della popolazione verso l’alpe, dove compiva il suo destino nelle botti dei villaggi in quota. E in alcune di quelle botti vi è ancora oggi traccia di quegli acini. E’ il “Vino dei ghiacciai”, per gli amici semplicemente Glacier. La sua peculiarità è che le botti non si svuotano mai, grazie alla tecnica del “transvasage”: dopo ogni vendemmia, parte del vino della botte più giovane – del 1934 – viene travasata in quella del 1888, e parte del contenuto di quest’ultima va invece a riempire la più antica, che risale al 1886. Con questo procedimento, semplice quanto efficace, si evitano fermentazioni violente. In base ai calcoli, attualmente la prima botte utilizzata nelle cantine di Grimentz – che ha una capienza di 900 litri e da cui ogni anno si spilla una quantità limitata di vino – contiene ancora una trentina di litri del vino originale che si manterrà, diluendosi di anno in anno con i rabbocchi successivi, fino al 2027. Come tutte le cose più preziose, il Glacier non è in vendita; si degusta in bicchierini di legno nelle occasioni speciali – battesimi, funerali, visite di personaggi importanti -, quando finalmente può sprigionare le sue essenze d’antan.

Grimentz e gli altri villaggi che punteggiano la valle – Ayer, Chandolin, Saint-Luc, Saint-Jean, Vissoie e Zinal – sono stati recentemente costretti ad abdicare al rango di “Comune” a favore dell’accorpamento in un’unica municipalità, chiamata Anniviers. Ma i dettagli amministrativi non intaccano il carattere del luogo, che affida ai bellissimi edifici Walser affacciati sulla via principale di Grimentz il racconto di genti antiche, capaci di studiare nei minimi dettagli la ricerca della massima funzionalità in relazione alle dure condizioni ambientali. Capolavori di un’ingegneria che ha origine nella cultura germanica della costruzione di legno, dove granaio, fienile, deposito, officina convergono in un unico edificio, il “raccard”, che poggia sul terreno attraverso pilastri a cui è sovrapposta la tipica pietra “a fungo”, atta a respingere l’assalto dei roditori e nello stesso tempo a isolare l’edificio dall’umidità del terreno. Come alla costruzione di una nuova casa partecipava tutta la comunità, così era un’attività condivisa anche la panificazione, con appuntamento una volta ogni tre mesi nel forno del villaggio. Quello di Grimentz è uno dei più antichi in funzione e ancora oggi è possibile assistere alla cottura del pane di segale (quello del Vallese è l’unico pane della Svizzera a fregiarsi del marchio DOP) e talora anche ai turisti è concesso cimentarsi nell’impasto.
Della cultura Walser si dice che non subisce ma prevede le possibilità di cambiamento. Se leggiamo in questa chiave anche l’avvento del turismo, ecco che quel cambiamento che altrove ha snaturato ambiente e tradizioni, qui è stato accolto come una chance in più. E mai subito.

I n f o

MANGIARE
La Fougère, Saint-Luc. Ristorante – pizzeria con offerta di piatti tipici vallesani e ingredienti a chilometro zero. Da provare: tartare di Hérens e filetti di persico di Raron.
Prillett, Saint-Luc. In fondo alla pista da sci nella località omonima, delizioso chalet con stube del ‘700, prodotti locali bio e ricca cantina.
La Gougra, Saint-Jean
. E’ il tempio della fonduta di formaggio, a cui Raphaël Zufferey ha dedicato un’apposita carta – la propone in 14 diverse versioni. Sorbetto vallesano e marmite anniviarde tra le altre specialità della casa.

DORMIRE
Grand Hotel Bella Tola.
L’attuale edificio è del 1882, anno in cui la guida alpina Pierre Pont decise di erigere un albergo (sulle rovine di una villa romana) per accogliere gli entusiasti pionieri del turismo alpino. Numerose ristrutturazioni implementano l’offerta di camere e servizi, dal 2004 membro di Swiss Historic Hotel. Comfort tra charme e arredi un po’ ridondanti. Spa con piscina e trattamenti Alpeor. (www.bellatola.ch/)
Guesthouse et Hôtel Le Cervin. Costruito nel 1883, viene destinato negli anni ad accogliere le colonie di vacanze estive. L’atmosfera del tempo che fu convive con gli ambienti attuali, sobri ed essenziali. Edificio storico per vacanze “no frills”, ideale per giovani, gruppi e famiglie  (bagno in camera solo nelle “suite famiglia”). Prevista  ristrutturazione nel 2018. Cordialità, convenienza e panorama mozzafiato. (www.hotelducervin.ch/)

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