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Omaggio a Qoyllur Ri’ti

Una processione di 8 chilometri, la faticosa salita a 5000 metri sulle Ande, e 50mila persone danno vita al più grande pellegrinaggio d’America, in Perù. Quest’anno dal 31 maggio al 2 giugno

Testo e foto di Bruno Zanzottera/Parallelozero

Il sentiero che sale serpeggiando lungo la valle è pieno di persone che avanzano lentamente a piedi o a dorso di mulo. A ogni chilometro percorso, una grande croce segna l’avvicinarsi della meta per i pellegrini in cammino. È la prima settimana di giugno, la settimana di Pentecoste. Come ogni anno, alcune decine di migliaia di persone si ritrovano tra i monti del distretto Ocongate (Cusco) per venerare l’immagine dipinta sulla roccia del Señor de Qoyllur Rit’i, “la Stella della Neve” degli indiani Quechua. Una stella che si trova rinchiusa tra i crepacci del ghiacciaio sacro Sinakara, a  5.000 m d’altezza. Da tempo immemore gli indios salivano al ghiacciaio alla sua ricerca e al ritorno trasportavano a spalla  grandi blocchi di ghiaccio verso i propri villaggi per fecondare la Pacha Mama, la madre terra delle popolazioni andine e ottenere buoni raccolti.

Qualche centinaio di metri più in basso, attorno alla pietra con l’immagine del Cristo, è sorto un santuario per commemorare il miracolo di un Gesù Bambino comparso sotto forma di un ragazzo meticcio ad aiutare un giovane pastore di nome Mariano a sopravvivere in queste valli selvagge. Quando Mariano tornò a Cusco per acquistare abiti per sé e il suo misterioso amico, il suo racconto incuriosì la gente che volle conoscerlo di persona. Ma giunti alle pendici del monte Colquepunku, il Bambino svanì e agli occhi della gente si manifestò l’immagine di Gesù tra i rami di un albero. Sopraffatto dall’emozione Mariano morì all’istante e fu sepolto sotto una pietra dipinta con il volto di Cristo. Era il 1780, e la chiesa cattolica sancì l’avvenimento come evento miracoloso. Gruppi di indigeni iniziarono a raccogliersi attorno all’immagine dipinta sulla roccia. Fu così che  l’adorazione del sole e la fecondazione della terra con l’acqua del ghiacciaio sacro si trasformarono in un grande pellegrinaggio cattolico. E ancora oggi indios provenienti dai villaggi andini, e indios della selva percorrono centinaia di chilometri per riunirsi in preghiera per quest’evento miracoloso, senza dimenticare però l’essenza originaria del rito.

Arrivo al santuario sotto una fitta nevicata portata da una nube apparsa all’improvviso tra i raggi del sole pomeridiano, che illuminavano la montagna con riflessi dorati. Ma la cosa non sembra disturbare i pellegrini, numerosissimi, molti dei quali indossano i costumi delle diverse nazioni Inca presenti. Tra questi spiccano i chunchus della selva che portano corone di piume multicolori delle are macaw i grandi pappagalli delle foreste amazzoniche, e gli ukukus esseri mitici figli di un lama maschio e di una principessa Inca abbigliati con curiose maschere di lana e pellicce di lama. Parlano con voci alterate  simili a bambini e si sfidano in interminabili duelli a suon di frustate. Tutti i gruppi di danzatori, dopo una preghiera con offerte di fiori e candele inginocchiati davanti all’ultima croce della valle, si lanciano in esibizioni sul sagrato e all’interno della chiesa. I passi di danza e i gesti rituali si ripetono all’infinito seguendo il ritmo di una musica dall’identica melodia, suonata da decine di flautisti, violinisti, trombettisti, percussionisti, che si dipana come un sorta di mantra che aleggia sopra la moltitudine dei presenti. La ripetitività dei suoni inducono lo spettatore a un’ipnosi mistica con il rito e la natura circostante, anche se la grande gioia dei popoli latini, pur profondamente impregnati dalla matrice indigena, mantiene il tutto a un livello più terreno. Così come le parodie degli ukukus, che si svolgono sempre secondo il medesimo schema con due personaggi che si frustano a vicenda prima di passare a una vera e propria battaglia, con riconciliazione finale tra abbracci e inchini davanti alle croci e agli stendardi sacri.

Tutti ballano giorno e notte, fuori e dentro la chiesa, alternando scene di devozione a situazioni allegoriche di grande festa popolare.

Sono già passati un paio di giorni dal mio arrivo al grande accampamento di tende improvvisate sorto attorno al santuario, e il numero di persone presenti non accenna a diminuire. Al contrario, nuovi gruppi di pellegrini compaiono sul sentiero che arriva dal fondo valle. Tra loro anche bimbi portati in spalla dai genitori, che sfidano il gelo notturno al riparo di semplici coperte e sacchi di plastica. Sembra che il numero di fedeli negli ultimi anni sia in ulteriore aumento e si avvicini all’impressionante cifra di 50.000 persone.

Il terzo giorno, è ancora buio quando inizio la salita verso il ghiacciaio. Gli ukukus stanno già camminando in ordine sparso, alla luce di torce e candele, per raggiungere la neve. I loro passi ritmati dal suono di flauti improvvisati con piccole bottiglie di plastica e percussioni, si muovono veloci verso la meta. I miei passi, invece, risentono della rarefazione dell’aria. Li raggiungo alle prime luci dell’alba, mentre stanno piantando una croce tra i ghiacci dove si svolgeranno una serie di battesimi a base di fustigazioni. Faccio sempre fatica a capire il sacrifico imponendosi umiliazioni corporali per sentirsi più vicini al Cristo. Comunque il momento è molto intenso e i giovani fanno a gara per sottoporsi alla verga purificatrice.

Il ritirarsi dei ghiacci dovuto al surriscaldamento globale della terra ha costretto le autorità a vietare la pratica del trasporto di grandi blocchi di ghiaccio ai luoghi d’origine per fecondare la terra con l’acqua sacra del Sinakara.  Scompare così una fase spettacolare della cerimonia, pur senza intaccare la sostanza del rito che si trasforma in un elemento puramente simbolico, con molti giovani che si disperdono fra i meandri del ghiacciaio in cerca di intimità per sentirsi maggiormente in comunicazione con il divino, prima di iniziare la discesa in una lunga fila indiana.

Dopo la messa sul sagrato della chiesa in cui hanno reso un ultimo omaggio al Cristo dipinto sulla roccia ed essersi accalcati per ricevere l’acqua benedetta lanciata dai sacerdoti, i pellegrini riprendono la via del ritorno. Ma non tutti. Una croce con il Señor de Qoyllur Rit’i, adorna delle stesse piume multicolori degli indios che la trasportano, esce dalla chiesa per intraprendere un lungo cammino  che, in paio di giorni la porterà attraverso passi andini a oltre 5.000 m, a riposare per un altro anno nella piccola cappella di Tayancani.

È un percorso epico tra paesaggi grandiosi, con 480 comparse in costume in rappresentanza delle varie nazioni Inca a far da cornice al corteo con la croce. Nel pomeriggio tutti si ritrovano ai bordi di un’ampia radura circondata dai monti. Schierati come un esercito con le bandiere al vento e tamburi rullanti ritmi marziali, aspettano il passaggio del corteo per lanciarsi  in fantasmagoriche coreografie lungo i pendii della montagna. A questo punto il tutto ha ormai perso la sua patina cattolica per mostrare la vera identità andina del rito.

Al crepuscolo mi fermo per riposare qualche ora a lato di un’abitazione di allevatori di alpaca, prima di riprendere il cammino notturno con la luna piena tra le nuvole. Prima dell’alba raggiungo la croce che avanza lentamente nell’oscurità, scortata dalle candele di un manipolo di pellegrini simili a guerrieri.

Più avanti ritrovo nuovamente l’esercito di comparse schierate su una linea infinita che occupa l’intera vallata. È il momento più emozionante della cerimonia. In un silenzio surreale tutti attendono l’arrivo della croce per quello che si dimostrerà la vera essenza del pellegrinaggio: l’adorazione del sole nascente, principale divinità dei popoli andini, che con fatica riesce a bucare la densa coltre di nubi.

Il giorno dopo a Cusco, si svolgerà la cerimonia del Corpus Christi con la popolazione che porta in processione le statue dei santi cattolici in sostituzione all’usanza Inca di far sfilare le mummie imperiali. Si conclude così l’opera di sovrapposizione del cattolicesimo all’antica religione indigena.

Il pellegrinaggio è stato incluso dall’Unesco tra i Patrimoni Immateriali dell’Umanità.