HOTEL, SPA & CO

Il mio debole è il lusso

Intervista ad Adam D. Tihany, l’architetto dell’alta ospitalità che sogna ancora di progettare una lounge di prima classe vera

A cura di Sara Magro

L’architetto Adam D. Tihany (http://www.tihanydesign.com/?a=about), nato in Transilvania, cresciuto in Israele e laureato al Politecnico di Milano, è una celebrità tra i “foodie” di New York. Dal 1981, con il successo di La Coupole, il primo grand cafè di Manhattan, il suo studio si è affermato nel settore dell’alta ristorazione. Tihany è stato infatti uno dei primi designer a collaborare con i grandi chef creando per loro locali su misura, assecondandone le richieste esigenti, peculiari, uniche. Sono nati così ristoranti che hanno fatto storia, per Wolfgang Puck, Daniel Boulud,Jean-Georges Vongerichten, Heston Blumenthal, Sirio Maccioni, solo per dirne alcuni, e nel 2001 Tihany è stato incluso dal New York Times nella classifica dei “Greatest American Interior Architects”. Nell’hotellerie, stessa cosa. Attualmente lo studio ha cantieri aperti con le più importanti compagnie di alberghi di lusso, da Four Seasons a Oberoi, progetti per navi da crociera e diversi sogni nel cassetto.

Per il Salone del Mobile di Milano, qualche anno fa ha curato due mostre innovative sull’hotellerie – Grand Hotel Salone (2002) – e sulla ristorazione – Dining by Design (2004) per indagare il modo in cui i viaggiatori percepiscono il mondo attraverso il design.

I partecipanti dovevano progettare camere d’hotel e ristoranti in una capitale a scelta, che non fosse la loro. L’obiettivo era creare ambienti che definissero l’identità nazionale attraverso gli occhi di uno straniero. Volevo dimostrare che architettura e design sono strumenti capaci di definire l’identità nazionale. E ne è risultata una mini “Nazioni Unite dell’ospitalità”.

All’inaugurazione dell’Oro Restaurant al Belmond Cipriani di Venezia, suo recente progetto, ha detto che non si va al ristorante per mangiare. Ci spiega?

Le persone non vanno certo al ristorante perché hanno fame. Si divertono a consultare il menu e scegliere i piatti. Vogliono scoprire sapori nuovi, essere servite e accudite. Cenare fuori è prima di tutto un’alternativa alla routine, la concessione di paio di ore di piacere.

Un altro mito da sfatare: non è obsoleto definire un hotel come “una casa lontano da casa”?

Negli ultimi 15 anni, il vecchio concetto di hotel come “home away from home” si è trasformato nel suo opposto. Oggi chi viaggia desidera esperienze sorprendenti e piacevoli, vuole un design compatibile con il suo umore e la sua personalità, e uno stile adeguato alla sua professione. Il suo sogno è trovare la stanza che suo marito o sua moglie non gli hanno permesso di realizzare a casa.

Tuutavia, Lei ha ammesso che, potendo, in certi alberghi ci abiterebbe. Quali?

Ho appena letto un articolo sulle persone che vendono tutto per viaggiare, vagabondando da un posto all’altro e facendo lavori occasionali. Interessante, ma io non sarò mai un “nomade globale”. Confesso invece di avere un debole per il lusso, e il massimo del lusso per me è non dovermi più curare dei beni materiali…Forse questo spiega perché mi piace l’idea di vivere in un bell’albergo…Senz’altro potrei abitare al Belmond Cipriani di Venezia in estate, e al One & Only di Cape Town in inverno, cioè quando in Sudafrica è estate. Vivrei volentieri anche ai Mandarin Oriental di Hong Kong e Londra, e nei Four Seasons di Parigi e Milano. (Alcuni di questi alberghi One & Only, Cipriani, Mandarin Oriental at Hyde park ospitano suoi progetti, ndr).

Qual è la prima cosa che nota entrando in un albergo o in un ristorante?

L’illuminazione. Se le luci non sono ben disposte, brancoleremo nel buio. Altre tre cose sono fondamentali in una stanza d’hotel: un letto grande e comodo, una doccia a getto abbondante, un ottimo isolamento acustico.

Cosa fa appena entra in una camera d’albergo?

Se sono in viaggio di lavoro, connetto tutti i miei apparecchi. Se sono in vacanza, mi infilo il costume e vado a nuotare.

Tra i suoi progetti ci sono anche le navi da crociera. Quali?

Stiamo progettando gli spazi pubblici di una nave di Holland America, e da otto mesi lavoriamo per Seabourn. Seabourn è la compagnia di crociere di lusso numero uno, e ho promesso al cliente che la nuova imbarcazione sarà la più elegante e la più bella del mondo. Intendo mantenere la promessa. Disegnare una nave non è come fare un albergo. Lo staff ha dovuto studiare nuove leggi e normative; è un po’ come imparare una lingua da zero, faticoso ma affascinante.

Il suo progetto più rappresentativo

Il ristorante Remi, di cui sono stato socio dal 1983 al 2003. Un design di successo ritrae la personalità del proprietario, ma quando progetti qualcosa per te, non sei mai soddisfatto al 100%. Dopo aver aperto il mio ristorante, sono diventato sicuramente un designer migliore. Ciò detto, lo “stile Tihany” è su misura. Non ripeto mai un lavoro, né utilizzo tocchi ricorrenti “alla Tihany” riconoscibili istantaneamente. Preferisco focalizzare l’attenzione sulla personalità dei clienti. Come creare abiti sartoriali, che cadono a pennello.

Le prossime inaugurazioni

Tre ristoranti al Four Seasons Resort Dubai at Jumeirah Beach, che apre a fine 2014. A giorni inaugura il Bar Boulud al Mandarin Oriental di Boston: si tratta del terzo lavoro con lo chef Daniel Boulud. Stiamo seguendo anche un Four Seasons di 100 camere a Dubai e il rinnovo totale del leggendario Oberoi Hotel di Nuova Delhi. Alla fine del 2014 riapre il Beverly Hills Hotel di Los Angeles, dopo tre anni di ristrutturazione totale. Wow!

Un sogno da realizzare

Ho sempre desiderato progettare una VERA lounge di prima classe in un aeroporto internazionale. Poi, vorrei fare una fantastica cantina per un grande produttore di vino, una strabiliante biblioteca/libreria/caffè e, a Tokyo, un centro congressi e un hotel importante.

Una curiosità: quanto hanno influito sul suo stile e sul suo lavoro gli anni di studio al Politecnico di Milano?

Ho vissuto e lavorato in diversi luoghi. La Transilvania mi ha reso esotico; a Gerusalemme ho capito l’importanza della luce e del senso dell’umorismo; l’Italia mi ha insegnato l’amore per il cibo, la vita, l’arte e il design (e mi ha insegnato anche a vestire bene).

Alcune cose da fare, mangiare, vedere a New York, la sua città oggi.

1. Passeggiare sulla Highline e visitare le gallerie di Chelsea.

2. Fare shopping nel Lower East Side.

3. Trascorrere una giornata a Williamsburg, Brooklyn.

4. Cenare da Gato, Red Farm e Antonucci’s. Sempre che si riesca a prenotare un tavolo.