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Ramallah, Palestina

Territorio occupato da 65 anni, cerca di vivere una vita normale e ci riesce alla grande, tra i suoi caffè, i dibattiti, le gallerie d’arte e tanta bella gioventù


di Beatrice Cassina

Arrivare a Ramallah, alla fine, … non è tanto difficile… Da Gerusalemme, a 15 kilometri, non è troppo lungo e ci vogliono, più o meno, solo 20 minuti…. Premesso che a Ramallah, Palestina, si entra solo, sempre ed esclusivamente dal territorio Israeliano – perché Ramallah sta proprio come cancello d’ingresso ai territori occupati. Una volta passata la “dogana” del muro, la situazione si rivela ospitale e amichevole. Sì!, superato il muro, superata la zona di territorio palestinese a ridosso del muro su cui nessuno, soprattutto palestinese,  comunque può azzardarsi a costruire niente, si procede velocemente verso Ramallah… E allora, chi crede ancora che la Palestina sia una terra non amichevole, violenta, che non offre opportunità e divertimenti, che non abbia gusto, che non abbia niente a che fare con quello che l’occidente definisce il lusso…., forse dovrà ricredersi un pochino.

Ok, da occidentali, italiani, da turisti, per chi arriva con l’autobus (da Gerusalemme sempre il numero 18), da quelli che “però da Starbucks a New York è divertente andare a bere il caffè”, una delle prime mete da tenere in considerazione, proprio in centro in Al-Manara Square, è il coffee shop Stars and Bucks (su Facebook https://www.facebook.com/starsandbuckscafe). Già già, quasi uguale, ma questo di Ramallah, con il caffè di Seattle non ha molto a che fare. Il logo è simile, il nome quasi identico, l’arredamento, il menù, tutto, si ripete senza imbarazzo. Ma per cominciare, qui, a differenza dai colleghi made in Usa e diffusi in quasi in tutto il mondo (orgogliosamente, a parte l’Italia), si fuma, si sceglie il tabacco, si chiede il narghilè e si possono passare pomeriggi tra un caffè, un brownie, un’insalata, e una fumata tra amici. Sì, è una presa in giro nei confronti di quello che succede nel resto del mondo, perché tutto è davvero quasi identico… E infatti…., c’è chi ne scrive proprio dallo stato di Washington in Usa… (http://blog.seattlepi.com/thebigblog/2010/08/10/stars-and-bucks-palestinian-cafe-spoofs-starbucks/).

Ramallah è cresciuta tantissimo negli ultimi dieci-quindici anni. Della popolazione giovane e attenta, chi può cerca di trovare un modo per trasferirsi proprio qui. Senza esagerare, per un palestinese che vive nei territori, Ramallah è davvero una meta ambitissima. E, ovviamente, i prezzi degli immobili sono arrivati dove mai si sarebbe immaginato. Forse non come New York, ma sicuramente neanche come quel villaggio che era solo pochi decenni fa. Quindi, non sorprende neanche che un hotel lussuoso e internazionale come l’Hotel Mövenpick sia arrivato qui tre anni fa.

E l’hotel non è lontano dal Mausoleo (temporaneo) di Yasser Arafat, che ancora, dopo la morte avvenuta nel 2004, sta aspettando di essere sepolto a Gerusalemme, presso la Moschea della Cupola delle Roccia. Già, Arafat aspetta di arrivare alla cupola dorata, che sovrasta con la sua luce e imponenza tutta Gerusalemme. Ma si sa, non è sempre facile cercare e raggiungere un accordo, anche solo per una tomba.

La vita della gente che cammina veloce o che sta ferma davanti al negozio incuriosisce, anche se la lingua e le insegne scritte in quei caratteri morbidi e sensuali, restano un ostacolo non indifferente. Non esiste allora modo migliore per conoscere, capire e condividere i modi di vita e le tradizioni palestinesi, se non quel gesto iniziale e internazionale di salutare e fare una qualsiasi domanda, anche se forse non ci capirà nessuno. Non serve molto, perché la cosa più semplice che può accadere a Ramallah, e sicuramente in tutta la Palestina, è che qualcuno ti inviti a bere un caffè e fumare una sigaretta o il narghilè. Per la strada, a uno di quei tavolini organizzati di fortuna fuori da quei locali che assomigliano temerariamente a un bar. Qualche parola in inglese la sanno tutti, il linguaggio della simpatia, dell’imbarazzo del non capire, aiuta sempre, e scuramente a fare in modo che, quello che serve capire, in qualche modo ci venga detto.

E quindi, per le vie di Ramallah, tra un caffè di fortuna e del falafel, si possono fare chiacchiere con persone di ogni genere. Chissà, magari è sempre stata solo una gran fortuna, ma anche chi è sempre e solo stato da solo/sola in Palestina – o Territori Occupati che dir si voglia – ha sempre incontrato persone disponibili ad ascoltare e ad aiutare. Sembra che a Ramallah, nonostante la confusione tutta mediorientale di gente e traffico, la fretta dell’indifferenza occidentale, non abbia mai davvero conquistato il cuore della gente. Negli hotel poi non è difficile incontrare e conoscere persone che sono in qualche modo impegnate in operazioni di sostegno al popolo palestinese. Un altro hotel a cui dare un occhio, anche solo per andare a bere un aperitivo, è sicuramente il Grand Park, sempre nella zona centrale più internazionale e anche turistica. In pochi minuti a piedi, si può arrivare poi a piacevoli ristoranti in cui, tra ragazze con o senza Hijab (il foulard che usano per coprire la testa, ndr), jeans attillati o vestiti lunghi fino alla caviglia, si può mangiare sia ottimi dolci per colazione, o un piatto di Musakhan (piatto palestinese a base di pollo speziato con pane, pinoli, zafferano…) per cena. Per esempio, un ristorante-cafè memorabile, fosse anche solo per il nome, è Cafe de la Paix (su Facebook: https://www.facebook.com/pages/Cafe-De-La-Paix/201182649922333), dove spesso vengono organizzate serate di presentazione di prodotti locali (come quelli di Canan Fair Trade). A fianco c’è Resto Cafè che tra tanti piatti mediorientali e palestinesi, serve anche la pizza. E poi, e poi, e poi… E poi un locale che è davvero un tuffo nella gioventù bella, simpatica, capace, intraprendente, moderna di Ramallah, si può fare sicuramente alla Vie Café (su Facebook https://www.facebook.com/CafeLaVie). E allora qui… che dire… entri nel giardino, chiedi un tavolo. E poi… poi no, non riesci più a capire in che angolo del mondo sei finito. Perché intorno a te parlano inglese, arabo, francese, tedesco, norvegese, ogni lingua… Facce, sorrisi, musica, ognuno a modo suo, con le sue espressioni e melodie, con le sue risate e il suo fascino… E piatti sempre molto curati. Sorpresa!, servono vino e, proprio ora, nella rassegna di film per l’estate, accanto a La Dolce Vita di Fellini, hanno anche fatto vedere il film Mondovino. E soprattutto hanno iniziato a organizzare serate di wine tasting. E la birra? Anche, decisamente non difficile da trovare, forse anche perché non lontano da Ramallah c’è proprio l’unica birreria di Palestina, birra Taybeh. E, chi ha voglia di festeggiare l’October Fest, ma non quella di annegare negli eccessi alcolici della Baviera, ecco, qui può trovare una soluzione: October Fest a Ramallah.

Davvero qui si ha l’idea che un mondo possibile possa esistere per tutti. Cos’altro dire? Si può dire che a Ramallah la voce del muezzin, come succede sempre e senza ritardi in medio oriente, prega dal minareto cinque volte al giorno e, ovviamente, anche di notte. E che, volendo, qualche campana si può sempre sentire, soprattutto la domenica. Che è importante ricordarsi che la domenica è giorno feriale perche il giorno di festa qui è il venerdì, mentre al di là del muro è il sabato. C’è davvero spazio per tutto e Ramallah è piena di gallerie d’arte e di fotografia. Per esempio una è la galleria Al Mahattah Gallery, che organizza mostre interessanti e a cui partecipano e collaborano anche volontari da diverse parti d’Europa. Anche dall’Italia. I temi trattati sono quelli spinosi degli arresti, dei coloni, dell’occupazione, che proprio quest’anno ha compiuto 65 anni. La mini rivista settimanale cartacea This Week in Palestine, offre un ottimo aiuto per conoscere tante, comprese mostre e relative inaugurazioni. L’unico vero accorgimento di cui tenere conto è che, da maggio in poi, il caldo non lascia tregua fino all’inizio di ottobre.

Il viaggio per tornare a Gerusalemme da Ramallah è un po’ diverso da quello di andata, e può diventare molto più complicato. Una volta arrivati nei pressi del muro, la polizia israeliana di frontiera può decidere se: controllarti semplicemente i documenti e lasciarti passare (improbabile), spedirti a piedi a un check point diverso, o anche incanalarti in un passaggio dove si possono aspettare anche 3 ore per passare su territorio israeliano. E non c’è aria condizionata.