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Tiziano e la forza del ‘500

Un’antologica alle Scuderie del Quirinale di Roma (fino al 16 giugno) illustra la carriera del Maestro, pittore religioso e grande ritrattista


di Barbara Pietrasanta

I dintorni del Quirinale, in questo periodo, sono stati presi d’assalto da chi ha voluto assistere agli andirivieni dal Colle dei protagonisti delle recenti vicissitudini politiche italiane. Il clima pazzo ha fatto da bordone alle sfide e ai veleni, sicché la Capitale è diventata teatro di contemporanee “invasioni barbariche”.

Tuttavia come ha dubitato più volte Vittorio Sgarbi, chissà se uno dei ministri che bazzicano qui si è mai sognato di mettere il naso in una delle tante e importanti mostre che hanno luogo a due passi dal Palazzo.

Mi sa che oggi, però, la poetica dell’arte viaggia su altri binari, spesso visibili ai pochi che si concedono del tempo per utili riflessioni, tralasciando i confini temporali per ammirare una perpetuità che si fa beffa della pochezza del presente.

Ed è proprio quello che si prova, nelle oscure sale dai velluti parietali delle Scuderie, ammirando la bella mostra di Tiziano, che riunisce decine di capolavori, scanditi sull’intero arco vitale del longevo artista. Non è cosa consueta dato che le sue opere sono sparse nei musei del mondo, ma è solo vedendole insieme e in sequenza che si colgono passaggi importanti e si percepisce l’eredità lasciata alla ricerca artistica dal grande artista cadorino.

Evidente è l’utilizzo del colore, che tocca in lui punte singolari, eletto ad assoluto linguaggio espressivo e compositivo. Le pennellate si accostano e le forme dal loro impasto si compongono, spesso nervose e di getto, a dispetto del disegno di cui non traspare traccia. Nella drammatica Deposizione di Cristo nel sepolcro datata 1559, la stesura frammentata e abbozzata delle tinte disgrega le figure in un crescendo emotivo che conduce fino all’acceso blu del manto della Vergine che, quasi, provoca un violento accecamento. Vasari definì il dipinto troppo sperimentale tanto che serviranno ben tre secoli perché l’arte potesse cogliere la lezione della pittura di Tiziano. È la traccia del pennello e del colore, contro quella del disegno squisitamente fiorentino, che forma un impasto che prende volume e forza traghettando la pittura verso il passaggio di fine secolo. Anche le tonalità delle carni vibrano nei volti delle bionde fanciulle, una per tutte la celebre Bella, proveniente da Palazzo Pitti, che riflette il canone della bellezza rinascimentale: ” …fronte alta, spaziosa, ciglia sottili, iride color tanè scuro, guance bianche rosate, gola tonda e candida, senza una macchia, spalle larghe e soprattutto un petto bianco” il celeberrimo “biondo Tiziano”, miele ambrato, divenuto all’epoca una sorta di “imprimatur” della bellezza. Si resta colpiti dalla sala dei ritratti, nobili committenti rappresentati su sfondi che non rivelano alcun paesaggio ma si uniscono a loro come una componente dell’interpretazione psicologica del soggetto. Nell’ Uomo con il guanto, dietro l’elegante esteriorità del soggetto, traspare una nota di inquietudine e malinconia.

Si alterna a pale d’altare e opere sacre una ricca produzione  dedicata ai temi profani, come la conturbante Danae e le Il tempo governato dalla prudenza straordinaria allegoria delle età della vita.

Ma è l’ultimo Tiziano, quello senile, che ci lascia l’eredità più ricca. La sua produzione si fa via via più libera e sperimentale.  Nella Punizione di Marsia procede per accumulo di pennellate ricercate e complesse unendo le tinte, rinforzando gli scuri di un colore sporco, violentemente espressivo. Egli cattura la luce con mezzi sempre più volutamente limitati, quasi che ad esso bastassero soltanto tre colori, il bianco, il nero e il rosso per raggrumare tutta la luce del mondo. È in questo dissolversi dell’immagine in grumi di luce che risiederà tutto il lascito del Cinquecento.

Tiziano
5 marzo – 16 giugno 2013
Scuderie del Quirinale, Roma
www.scuderiequirinale.it