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Jamie McCartney

Incontro con Jamie McCartney, autore di The Great Wall of Vagina, opera-choc che mette a confronto 400 organi femminili


di Sara Magro, foto di Francesca Romano

Jamie Mc Cartney è l’autore di The Great Wall of Vagina, che è stata esposta alla Triennale di Milano durante la mostra Kama, Sesso e design. Inutile dire che 10 pannelli di calchi di vagine hanno suscitato scalpore tra il pubblico tant’è che l’opera, tra decine di altri oggetti di artisti molto famosi (Fornasetti, Sottsass tra gli altri), è rimasta particolarmente impressa ai visitatori, e ancor più alle visitatrici: «la prospettiva è inusuale, la varietà impressionante», hanno detto stupite molte. È un mistero che si svela all’improvviso. Forse è lo stesso meccanismo psicologico dello stupore, dello scandalo, della scoperta che Jacques Lacan scatenava quando scopriva, nascosta dietro a una casta tela, L’origine del mondo di Gustave Courbet, primo piano di un sesso di donna che certamente non lasciava indifferenti nel 1866 quando fu dipinto, e non lascia indifferenti nemmeno ora che è esposto senza veli al Musée d’Orsay. Rimane impresso come l’episodio di Sex & the City in cui la gallerista newyorchese si faceva dipingere intimamente pur di garantirsi una personale dell’artista più in voga in città. Al di là del valore dell’opera d’arte, c’è il suo impatto con la vita reale, perché alla fine, svelare il sesso femminile, specialmente in arte e in psicologia, equivale spesso a svelare la verità.

Com’è nata quest’opera?

Mi avevano chiamato per un lavoro in un “museo del sesso”. Non che fosse un mio interesse particolare, ma mi pagavano e ho accettato l’incarico. Dovevo realizzare dei calchi di organi sessuali maschili e femminili. In quell’occasione ho scoperto che anche le donne hanno un sacco di problemi con la propria vagina. Alcune restavano sconvolte davanti al plastico di dimensione reale, poi erano turbate dalla varietà. Tutti sanno quanta paura abbiano gli uomini di essere ipodotati e per questo cercano sempre il confronto. È successo anche a me, e quando ho scoperto di avere un pene normale, mi sono sentito meglio, più sicuro di me stesso. Il confronto è utile se ci si paragona alla normalità, può aiutare a rivalutarsi. Se invece si cercano parametri nella pornografia, al contrario, è facilissimo sentirsi dei minorati. Non immaginavo è che anche le donne avessero lo stesso genere di complessi e paure. E forse, il confronto poteva essere utile anche in questo caso. Così ho cominciato il progetto del Muro della vagina.

Chi sono le donne ritratte nel muro?

Volevo che il campione fosse più vario possibile, ma non ho mai fatto una selezione. Veniva chi era interessata al progetto, donne da 18 anni a 76, studentesse, professioniste, pensionate. Sembra che proprio tutte siano interessate all’argomento, considerando che il campione è risultato molto vario.

In Gran Bretagna sempre più donne si rivolgono al chirurgo plastico per riavere un organo vergine (succede anche in Italia, ndr). La performance consisteva anche nel vedere come può concretamente cambiare l’idea di sé nel confronto e quindi le decisioni che ne conseguono, chirurgia compresa.

Ha faticato a trovare donne disposte a parte al partecipare al suo progetto?

All’inizio è stato difficile. L’ho proposto alle mie amiche. Alcune erano reticenti, altre curiose; mi domandavano cosa ne volessi fare. Alla fine una ha preso coraggio e si è prestata, poi per passaparola si sono fatte avanti le amiche, e le amiche delle amiche. Ma il boom è stato quando mi hanno dedicato un servizio alla tv. Con il numero di donne che man mano si proponevano avrei potuto andare avanti chissà quanto. A un certo punto ho dovuto dire stop.

The Great Wall of Vagina è un work in progress o un’opera finita?

Ci ho messo cinque anni per completare i dieci pannelli. Già così l’opera è molto più grande di quello immaginavo. C’è una tale varietà di casi ritratti: donne incinte, sorelle gemelle, mamma e figlia, piercing… Le dimensioni limitate della scultura sono fondamentali ne fanno un’opera d’arte e non ricerca scientifica.

Quante donne sono state coinvolte nell’opera?

398 donne e 400 calchi. In due casi ho fatto il calco due volte: prima e dopo il parto, e prima e dopo la plastica labiale.

Come si fa il calco?

Ho usato l’impasto che usano i dentisti, che permette di prendere l’impronta in modo veloce e preciso. La parte difficile invece è inquadrare del materiale organico in un modulo quadrato. Era l’unico modo per far stare insieme coerentemente 400 calchi.

Come reagivano le signore davanti al calco?

Molte vedevano il proprio organo genitale da una prospettiva completamente nuova, e per alcune è stato terapeutico. Mi scrivevano su Facebook per ringraziarmi, qualcuna per averle addirittura cambiato la vita. Magari avevano intenzione di farsi la plastica, e dopo aver visto il proprio calco e quello di altre donne, hanno cambiato idea. Per me è stato straordinario scoprire quanto un’opera d’arte potesse avere impatto sulla vita reale delle persone.

Le è piaciuto il contesto in cui è stata inserita la tua opera in Triennale?

Sì, molto. È interessante l’idea dell’immaginario sessuale inserito nella vita quotidiana.  Alcuni oggetti erano solo allusivi, altri espliciti. Per esempio la mia opera non si può certo definire erotica. Comunque, mi ha inorgoglito essere invitato a esporre in una sede così bella e importante. È stata la mia prima esposizione in un museo, una grande emozione.

Su quale progetto è impegnato ora?

Lavoro su molti progetti contemporaneamente, molti a lungo termine. Per esempio sto raccogliendo campioni di terra di tutti i paesi. Non so quanto tempo ci vorrà a raccoglierne abbastanza per cominciare l’opera.

Mi piacerebbe anche continuare a lavorare con le persone. Vorrei cominciare prendere le impronte delle labbra di persone di tutto il mondo.

E poi ho cominciato un lavoro sulle sculture naturali della lava che cola e si modella durante le eruzioni. Potrebbe essere una svolta per me. Magari, invece dell’uomo delle vagine, mi ricorderanno come l’uomo dei vulcani!