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Visentin: a scuola di viaggi

Niente banchi e libri, con noi si viaggia per imparare, guardare, scoprire il mondo con uno sguardo più onesto e ricordarlo

A cura di Sara Magro

La Scuola del viaggio, la prima a livello universitario, se l’è inventata Claudio Visentin, docente di Storia del turismo all’Università della Svizzera italiana, studioso dei nuovi stili di viaggio, giornalista e autore di diversi libri, tra cui In viaggio con l’asino, scritto con Andrea Bocconi, anche lui docente della Scuola del viaggio.

Giunta al decimo anno, la Summer School del 2012 è a Matera, in Basilicata, dal 22 al 29 luglio (scuoladelviaggio.it).

Una scuola del viaggio? Dobbiamo studiare anche in vacanza o per andare in vacanza?

Chiariamo alcuni concetti importanti. Alla scuola del viaggio non si insegna a viaggiare, si impara a viaggiare. Il viaggio è una di quelle esperienze fondamentali che non possono essere insegnate, però possono essere apprese. Viaggiare è un investimento importante in tempo, energie e denaro, val forse la pena di dedicare tempo ed energie per imparare a viaggiare meglio e a raccontare il proprio viaggio in forme coinvolgenti.  Quella che proponiamo non è una “scuoletta” con i banchi e i professori. Non facciamo vacanze studio, come i corsi per imparare l’inglese; invece, mettiamo gli “studenti” in contatto con maestri che li aiutano a leggere meglio il territorio; dopodiché ciascuno va per conto suo. La nostra è un’associazione di viaggiatori indipendenti. Non ci sono lezioni frontali; si ricevono suggestioni, si svolgono i compiti, si gira, s’impara a guardare.

Un aspetto vincente della scuola è proprio il rapporto con i maestri, persone interessanti che danno stimoli, correggono e aiutano a crescere; ma altrettanto fondamentale è il contatto che si crea con persone che condividono le stesse passioni. Tanti partecipanti passano gran parte del loro tempo quotidiano lungo tutto l’anno in ambienti dove i loro interessi non sono valorizzati. Alcuni passano la vita in uffici molto competitivi, mentre per indole a loro piace disegnare, viaggiare. Ecco, per queste persone stare con altri appassionati come loro è un’occasione preziosa.

Chi sono i vostri allievi?

In origine si iscrivevano soprattutto studenti universitari. In realtà, noi eravamo una scuola universitaria, e siamo tuttora accreditati all’Università di Pavia. Successivamente siamo diventati un’associazione nazionale e l’età media è salita, oggi è tra i 25 e i 50 anni. Ma l’età non conta tanto. Invece il fatto curioso è che abbiamo cominciato ad avere una solida maggioranza femminile, completamente inaspettata. Ormai ci troviamo regolarmente ad avere più donne che uomini, in alcuni casi a livelli comici: nel luglio 2010 su 30 iscritti, 29 erano donne! Tra un po’ introdurremo le “quote azzurre”…

Tuttavia non posso dire che ci sia una vera e propria tipologia di allievi. A una delle ultime  scuole di carnet, c’erano un avvocato, un architetto, una commerciante di tessuti preziosi, un’esperta di Feng Shui, una responsabile delle risorse umane, un artigiano e un ferroviere. L’importante è che si riesca a formare un gruppo interessante e che le persone condividano il nostro approccio al viaggio. Il valore aggiunto del gruppo è fondamentale per noi.

Cosa si impara?

I corsi si aprono con una riflessione sul viaggio contemporaneo. Cerchiamo di chiarire che ci sono vari ruoli, se facciamo i turisti recitiamo una parte, se facciamo i viaggiatori “Lonely Planet” ne recitiamo un’altra. Insomma, ci si comincia a guardare “da fuori” e si realizza che esistono diversi modi di viaggiare e diverse culture del viaggio. Poi si passa agli insegnamenti strutturati, come la scrittura di viaggio (siamo stati i primi a fare questo in Italia, dal 2005, oggi siamo imitatissimi e noi ne siamo felici); poi abbiamo affiancato la fotografia e il carnet; adesso stiamo esplorando l’utilizzo delle nuove tecnologie, i social network, smartphone, tablet, cercando di individuare cosa di questi strumenti può essere utile per viaggiare e per chi viaggia, consapevoli del fatto che oggi, a volte ci vuole l’iPad, altre volte basta il vecchio taccuino. Siamo aperti e curiosi, sondiamo i nuovi strumenti, ma non ci identifichiamo con essi. Oggi si parla di iPhone Photography, domani si potrebbe parlare di un’altra cosa. L’importante è imparare cosa si può fare con uno strumento. Per esempio, alla Scuola di viaggio in Salento nel 2011 abbiamo analizzato come il “telefonino intelligente” di ultima generazione abbia permesso di entrare nel vivo delle esperienze con registrazioni, montaggi, collegamento a Facebook. Il nostro obiettivo però non cambia: far scoprire il territorio e farlo attraverso lo sguardo del viaggiatore.

Quindi, il prossimo passo è la scuola del viaggio 2.0?

Questo è un profilo che sta emergendo. Con cautela, però. Essere sempre connessi potrebbe diventare pericoloso. Certo, fa piacere raccontare il viaggio a una comunità lontana, che segue da casa e interviene con i suoi consigli. Ormai possiamo collegarci da quasi qualunque posto per farci suggerire all’occorrenza un luogo, un indirizzo, una persona interessante. Non siamo ancora a quel punto, ma ci arriveremo presto. L’importante è che la connessione non diventi un cordone ombelicale che impedisce di andare alla scoperta dei luoghi.

Com’è la giornata tipo?

Alcuni compiti si ricevono già prima di partire. Per esempio: «Vai nella cabina fotografica del metro e fatti una foto con l’oggetto che porti sempre in viaggio»; oppure, a chi fa il corso di carnet si chiede di disegnare Le pays du tendre immaginario. Poi i compiti vengono corretti pubblicamente o individualmente e ne vengono assegnati altri. E via così. Questo meccanismo di produzione e correzione è un principio fondante del nostro metodo. Non ci si può rifiutare di fare, e non si può essere mai passivi.

Quindi si comincia a lavorare subito, senza scuse. E fin da subito ci si appassiona. I ritmi sono indiavolati, ma la gente si diverte, va in giro, fa amicizia, vuole scoprire tutto quello che c’è intorno. In caso di indugi, il gruppo e i docenti ti tolgono qualunque scusa per non andare avanti sul tuo lavoro e quando si scatena questa passione, le persone vanno avanti ad oltranza, felicissime di farlo. Gli ultimi giorni non dormono quasi. È come se a un tratto si dessero il permesso di fare ciò che vogliono, e quando lo capiscono non vogliono e non possono più fermarsi.

Durante il corso non c’è il cosiddetto “tempo libero”, però le persone tornano con grandi cambiamenti in corso. Questa combinazione di conoscenze ed esperienze interessanti, assicuro, può essere esplosiva. Alcuni tornano, lasciano il lavoro e vanno a fare altro, cambiano vita, e non necessariamente per diventare reporter. Per questo dico che la Scuola del viaggio è un esperimento quasi filosofico: uno vede la vita come potrebbe essere, e come di solito non è.

Parliamo un po’ di metodo d’insegnamento

In generale non c’è niente di più noioso di ascoltare uno che parla dei suoi viaggi. Questo accade perché non è capace di farlo. Il primo passo per coinvolgere qualcuno è il rovesciamento del punto di vista. Bisogna passare dall’io al tu. Il viaggio deve essere interessante per chi lo ascolta, non per chi lo racconta. Facciamo un esempio. Un allievo vede qualcosa che gli piace e fa una foto. Ma perché la foto riesca non bastano l’intenzione, la bella esperienza e la passione di chi la scatta. Il maestro deve capirla e se ciò non accade, vuol dire che c’è qualcosa di sbagliato nella realizzazione. Quindi suggerisce come andava fatta: metti più luce qui, non collocare il soggetto al centro, aspetta che passi qualcuno per rendere lo scatto meno cartolina.

L’altra grande emancipazione è passare dall’informazione alla motivazione. Per le informazioni, basta googlare e se ne trovano un’infinità. Invece ciò che conta è saper spiegare il senso del viaggio.

E una volta formati, cosa faranno tutti questi fotoreporter di viaggio?

Intanto il reportage di viaggio “fuit”. Sono convinto che oggi ci sono tante scuole di fotogiornalismo perché troppi reporter sono disoccupati. Quando qualcuno organizza un corso di fotografia di viaggio, la prima domanda da fare al prof è: «Perché non sei in viaggio?». La risposta è semplice: non hanno un lavoro e per campare si mettono a insegnare un mestiere che, ammettiamolo, è praticamente scomparso. C’è stato un momento storico in cui alcuni professionisti e alcune testate hanno raccontato davvero il mondo; erano le avanguardie del racconto di viaggio. Adesso però la situazione è cambiata. È cresciuta una comunità mondiale di viaggiatori, quindi tutti hanno bisogno di sviluppare uno sguardo onesto, non solo chi lo fa di professione. A inizio corso lo chiariamo bene: pochissimi oggi riescono a vivere facendo i reporter. Ma la bella notizia è che quasi tutti possono o potrebbero un giorno pubblicare un reportage.