Viaggio in West Africa

Testo di Roberto Parodi, foto di Roberto Parodi, Andrea Maestri e Francesco Veneziani

Sono al bar del decrepito hotel sulla spiaggia di Lomé (in Togo) con una birra davanti, poche ore prima della partenza per l’Italia. Due seggiolini più in là, un vecchio libanese fuma un sigaro con espressione indecifrabile. È fisso al bancone da almeno due ore. Immobile. Sono nervoso ed esco in strada. Sull’angolo della via mi faccio aprire un cocco da una signora che ricorda la Mamy di Via col vento, ma che – invece della scopa – usa con maestria un lungo machete. Bevo il liquido fresco e vitaminico e mangio la polpa bianca. Ci sono 41 gradi e il cielo è coperto da una foschia subtropicale.

Il nostro aereo parte stanotte per l’Italia. Guardo l’ora, sono appena le tre. Qualcosa mi dice che sarà una giornata lunga. Oggi abbiamo piombato le moto nel container e insieme a loro abbiamo sigillato anche la fine del nostro viaggio. Come per ogni fine, sento un po’ di malinconia: tanta strada, tante cose da vedere, e troppo poco tempo. Questa volta ci si è messa pure la dogana del porto di Dakar, che per aprire il nostro container ci ha fatto perdere 5 giorni! Comunque è fatta: quasi 5.000 chilometri di cui oltre un migliaio sterrati. Una sfida che ha messo a dura prova le nostre tre moto che però hanno retto bene regalandoci un viaggio memorabile, nonostante una bella faticata e terra rossa dappertutto.

È stato un viaggio approssimato e molto “africano”, incerto, flessibile, destrutturato: non so se è stata più dura la strada o la burocrazia locale. La kafkiana burocrazia del porto di Dakar, infatti, ci ha davvero portato al limite della pazienza, facendoci scoprire di essere europei nell’animo, nonostante tutto l’affetto che nutriamo per questo continente. Ore passate davanti a una porta chiusa, contrordini, delusioni, impasse documentarie, funzionari dall’espressione impenetrabile. Questo ritardo ha modificato l’intero equilibrio delle tappe e la struttura stessa del giro. Ma poi, finalmente si va! Non ci siamo più fermati e volando tra il Senegal e il Mali siamo arrivati in tempo a Timbuctù, per partecipare alla magia del Festival Au Désert, un’indimenticabile Woodstock africana, tre giorni e tre notti di musica e ritmi lisergici cullati dal Blues del Niger: su un palco montato in pieno deserto complessi rock africani ed europei (pochi in verità) e intorno migliaia di persone e tanti affezionati (tra loro Robert Plant dei Led Zeppelin); durante il giorno, spettacoli con cammelli e danze folk e un mercato artigianale bellissimo. Noi avevamo una tenda riservata alla stampa, e un Tuareg che ci preparava anche il tè.  Il festival è stato il momento più emozionante del viaggio, perché in quelle notti abbiamo vissuto il vero amalgama tra le razze: africane, sahariane europee e asiatiche, un mare multicolore che si muoveva al ritmo dei tamburi senza differenze e antagonismi secolari. Ricordando i grandi concerti benefici e il magico legame che essa crea tra gli uomini, ho capito che solo la musica poteva tanto. E noi eravamo parte di essa.

Raggiungere Timbuctù non è una passeggiata. Le strade asfaltate (e piene di buche) si fermano a 200 km dalla città: da lì in poi c’è solo una pista (peraltro stupenda). Il paesaggio della savana ci ha riempito gli occhi tra il Senegal e il Mali, fino alle rive del pigro e maestoso Niger, che porta vita e acqua a tutta l’Africa occidentale. Parlando con Andrea, esausti alla fine di una tappa da 1.000 km tra Diama e Mopti, in Mali, lui ha detto, con la sua solita tranquillità: «I motociclisti finiscono sempre per fare cose così: è un classico dell’andare in moto. Andarci davvero, dico…». E aveva ragione: avevamo appena fatto 12 ore su strade assurde, in parte di notte, senza mangiare e senza fermarci, e in fondo non era altro che il nostro modo selvaggio di viaggiare e di affrontare le cose. Infatti, eccoci ancora una volta ricoperti di terra rossa, con le mani sporche di olio e della polvere bianca degli sterrati; ci togliamo gli occhiali e beviamo a canna dell’acqua tanto calda che ci si possono cuocere gli spaghetti. E sembra la più buona del mondo.

Andiamo avanti a oltranza. È il nostro modo di ribellarci alla sfiga, all’inconveniente, all’imprevisto, e lo facciamo grazie alla libertà che ci danno quei mezzi meravigliosi che sono le nostre moto. Perché c’è sempre qualcuno che dice: «Ehi, perché non tentiamo di arrivare a Timbuctù, STASERA?». E qualcuno che risponde: «Ma sì, dai, proviamoci. E se non ce la facciamo, chissenefrega, dormiremo nei sacchi a pelo, dove capita». E si riparte, volando con una nuvola di polvere dietro alla ruota posteriore, liberi come più non potremmo essere, in una terra dove la libertà è tutto ciò che si può possedere. Una cosa che, allo stesso tempo, non ha prezzo e non vale nulla. Forse perché non si può vendere per comprarsi cibo, vestiti o medicine per la malaria.

L’itinerario

Ecco i punti focali del viaggio. Siamo partiti da Dakar, la capitale del Senegal che vale due o tre giorni di visita (compresa l’isola della Gorée davanti al porto). Da Bamako, capitale del Mali, che abbiamo dovuto attraversare di corsa per esigenze di tempo, abbiamo raggiunto Timbuctù, antico centro commerciale e luogo d’incontro delle culture Tuareg, berbera, maura e araba, da visitare possibilmente in durante il Festival Au Désert (in gennaio). Qui abbiamo sfogliato i manoscritti millenari di dotti maestri, ammirato le moschee di fango più antiche del mondo, sentito l’odore inconfondibile del Niger. Puntando verso, sud ma ancora in Mali, abbiamo poi raggiunto la terra dei Dogon, che da sola vale il viaggio. Per visitare questa incredibile regione abbiamo fatto tappa a Bandiagara discendendo in moto le ripide pareti della falesia e fermandoci nei villaggi più antichi (come il bellissimo Banani), abbarbicati sugli strapiombi. Attraverso le savane pianeggianti del Mali siamo arrivati in Burkina Faso: qui abbiamo soggiornato a Ouagadougou, la capitale, e ci siamo concessi un bellissimo albergo con piscina, per riprendere il fiato. Ancora un migliaio di chilometri ed eccoci immersi nella vegetazione tropicale del Togo.  A Lomé, la caotica e umida capitale, abbiamo visitato Akodessawa, il più grande mercato di feticci Voodoo dell’Africa, dove tra miasmi di putrefazione, teste di scimmia e di coccodrillo esposte sulle bancarelle e stregoni che volevano farci fatture di magia bianca e nera, si celebrano riti e credenze senza tempo, fortissimi tra la popolazione, nonostante la notevole diffusione della religione cattolica.

Abbiamo attraversato il deserto, la savana, la rigogliosa vegetazione subequatoriale e grandi fiumi. Anche i popoli che ci vivono sono molto diversi: nel deserto, i Tuareg guerrieri e nomadi, nella savana i cacciatori e nella zona più fertile gli agricoltori. In tutto ciò, la costante purtroppo è la miseria e le malattie specialmente in Togo, Mali e Burkina Faso, martoriate dalla malaria e dall’Aids.

Abbiamo incontrato gente bellissima, bambini dagli occhi luminosi e donne affascinanti. Uomini dignitosi, amanti della musica e delle storie da raccontare attorno al fuoco. Qualcosa che resta dentro.

Abbiamo spento le moto sulla spiaggia di Lomé, dove finiva la strada e iniziava l’oceano atlantico che qui si chiama Golfo di Guinea, di fronte al quale ci siamo fermati tutti e tre un po’ disorientati come quando qualcosa finisce all’improvviso e tu non sei ancora abituato all’idea. Ma i viaggi in moto sono sempre così: fiamme che bruciano veloci, fatte di istanti unici, sempre lì a tribolare sul tôle ondulée, attaccato al manubrio, con i tuoi amici a fianco e non aspetti altro che arrivi la sera per fermarti. Ma poi in un attimo è già l’ultimo giorno, e tu non sei mai preparato, e vorresti riprovare tutto ancora un’altra volta.

Sulla lunga spiaggia desolata, piccole figurette nere e sottili si tuffano nelle onde dell’oceano. Sento grida in lontananza. Sono loro o i gabbiani? Dietro il nostro hotel, tra le viuzze del mercato, svetta un campanile portoghese piuttosto malmesso. Sembra il simbolo della decadenza di quest’Africa, a metà tra il passato coloniale e un futuro che non arriva. Un lungo molo si protende verso il mare, ma è incompleto e il suo fantasma è lì che ci guarda, inutile e ingombrante.

«È andata, ragazzi», penso mentre guardo il mare con un umore indefinibile.

Poi un bambinetto salta fuori dalle onde come un pesciolino e ci corre davanti con un sorriso spettacolare. Si gira e si rituffa in acqua mostrandoci il culetto nudo e beffardo.

Finisco la mia birra, che è già diventata tiepida.

A presto Africa, e come scrivono dappertutto, God will provide….

Roberto Parodi è un easy rider, nel vero senso del termine, perché da anni viaggia in tutto il mondo in Harley-Davidson. Moto e viaggi sono quindi anche gli argomenti dei suoi libri: Il cuore a due cilindri (Fbe Edizioni, 2008), Scheggia (Tea Libri, 2010) e Controsole in uscita nel novembre 2011 (Tea Libri).

Per partecipare al Festival du Désert senza moto: con Transafrica, viaggio di 12 giorni (dal 5 al 16 gennaio 2012) in Mali, dalla savana al deserto, con tappa clou nei pressi di Timbuctù per assistere all’evento musicale (da 2.486 € a persona).

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