FREQUENT FLYER

Racconto di un no-flyer

Testo e foto di Eddy Cattaneo

Sono appena tornato da un viaggio, il Viaggio, quello immaginato da un bambino che divorava l’atlante.

Quando di nuovo, come ciclicamente mi è sempre accaduto, tre anni fa è tornata la febbre, ho capito che non volevo limiti di spazio né di tempo. Ho lasciato una vita dai  binari in fiore, ragazza, amici, famiglia, casa, mare. Mi sono licenziato e in cambio mi sono preso tutta la strada possibile.

Per sfebbrare sono andato a prendermi quel sogno: fare il giro del mondo via terra senza prendere aerei.

In solitaria, pulito, lento e circolare, calpestando tutto il globo, magari sempre con lo stesso paio di scarpe. Un modo antico, lento per unire tutti i puntini da casa mia a casa mia, misurandomi sul corpo le distanze percorse, rimanendo in basso dentro treni, bus, cammelli, barche a vela, scooter e bananiere, in una continuità di tragitto per unire ogni luogo lungo un’unica scia di briciole.

Mi sono sporcato, bagnato nel mondo, senza “barare” sorvolandolo dentro una lattina asettica, inseguendo la poesia del viaggio come un fluido peregrinare verso una meta che mai si raggiunge, verso una fine che ritorna inizio, ritrovandomi in fondo di nuovo al punto di partenza, una rivoluzione completa su me stesso accaduta mentre ruotavo attorno alla Terra.

Il 15 settembre 2008 sono partito, nessun equpaggiamento particolare, nessun gps, bussola o computer. Solo uno zaino con dentro un paio di jeans, un paio di pantaloncini, tre magliette, tre camicie, macchina fortografica e un libro.

Sulla strada ho scritto su tovaglioli di ristoranti, fogli di carta igienica, pagine strappate da quaderni che al mio ritorno ho voluto riordinare in un diario di viaggio lungo 467 giorni e 108.000 chilometri, che taglia tutti i meridiani che ci sono da Ciserano a Ciserano.

Viaggiare con i piedi sempre attaccati al terreno riduce la velocità del paesaggio a misura d’uomo e consente di assorbire per osmosi volti, cibi, lingue, odori, musiche, strette di mano, stazioni radio, rumori e polvere. Con tutto questo ho sporcato le pagine del mio libro, si chiama Mondoviaterra e parla di un sogno: fare il giro del mondo senza prendere aerei.

Una storia capitata sulla strada, a Bukhara, Via della Seta, Uzbekistan

Sabato 4 ottobre 2008

Kattani? Kommissar Kattani?

E giù pacche sulle spalle, strette di mano, sorrisi a denti d’oro. E il primo giro di vodka accompagnato da maschi incitamenti a buttarlo giù in un colpo solo, chut chut, poco poco, il solito immancabile bicchierino fischio d’inizio di una lunga serie alcolica.

Ringrazio pubblicamente Mikele Plazido per avermi spianato la strada in Asia Centrale. Ogni volta, ogni singola volta che mi presento, per strada, sul bus, dal fruttivendolo, il mio cognome viene storpiato da Cattaneo in Cattani e da semplice turista divento l’amico della Piovra.

Tutte le serie di Sprut, il titolo in russo, ebbero un successo clamoroso.

Una volta a settimana, milioni di spettatori rimanevano incollati davanti a televisori di legno in bianconero, aspettando di conoscere il seguito delle avventure. Anche perché quello c’era, niente di più, un’unica televizija per tutto il territorio dell’Urss, Uzbekistan compreso.

Raccolgo le confessioni di donne innamorate del bell’italiano coraggioso e le surreali testimonianze di fieri maschi zucchetto nero che non si vergognano ad ammettere di aver pianto alla morte

dell’eroe, durante la puntata finale. Come fossi della famiglia Cattani, mi fanno i complimenti e le condoglianze. Peccato solo che non sia molto chiaro chi fossero i buoni e chi invece i cattivi, visto che alla parola mafia tutti alzano il pollice in segno di approvazione e strizzano l’occhio, come a dire voi in Italia sì che avete stile nell’uccidere, il gessato sempre pronto per ogni battesimo nell’acido.

La censura tagliava ogni prodotto del nemico occidentale capitalista, ma non La Piovra. Tra le sue maglie riuscirono a passare solo pochissimi altri programmi, tra cui un’altra trasmissione nostrana ad elevato valore culturale.

Il Festival di Sanremo.

L’evento dell’anno.

La cartolina di un paese lontano, bello e spensierato, dove i vestiti sono d’alta moda, i fiori colorano ogni angolo, le scale sono lunghe mille gradini e finiscono sempre con un cantante che ti ruba il cuore, con quella voce latina che sa cos’è l’amore. C’è nostalgia per quel periodo d’oro di una trentina d’anni fa, quando venne raggiunto l’apice artistico. Sembra che tutti conoscano la musica melodica italiana degli anni ottanta.

Dalle radio escono gli sciami delle cicale di Heather Parisi, Viola Valentino di nuovo in vendita, Ricchi e Poveri vivi e vegeti, con la brunetta e il baffone che ti accompagnano per le strade e se c’è

confusione sarà perché ti amo, nei vicoli strettissimi della casbah la Goggi canta ancora a squarciagola quella maledetta primavera. Albanoerominapauer è un idolo culturale così come Celentano, ma il più famoso, la voce nota a tutti indipendentemente dallo strato sociale, età, casta, sesso e religione, l’ugola d’oro del canto romantico è lui. Solo lui. L’unico, indiscutibile, universale.

Toto Cutugno.

Appena vengo identificato come Kommissar Kattani, non posso esimermi dal cantare e c’è sempre qualcuno che conosce tutte le parole del testo originale. La dizione non è tra le migliori, certo, ma il forte accento uzbeko non cancella la poesia del testo.

Lashatami kantaro, kholla khiterra immanoooo, sono un ittalianno.

Un ittalianno vero.

Bukhara, Uzbekistan, Giorno 20

Il libro
Questo racconto di Eddy Cattaneo è tratto dal libro
Mondoviaterra
, edito da Feltrinelli in vendita dal 6 aprile 2011 in tutte le librerie, in versione cartacea e digitale. Si può acquistare anche online su Amazon.
Foto e informazioni sul libro e sul viaggio si possono trovare sul blog ww.mondoviaterra.blogspot.com, oppure su Facebook sull’account dell’autore oppure sulla pagina dedicata al libro e sulla pagina del blog.